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Recuperato un NUOVO VULCANO in Campania | Non lontano da Caserta, è considerato il fratello del Vesuvio: cittadini allarmati

Vesuvio
Vesuvio- Foto di Tugce Turan da Pexels-SalernoSera.it

In Campania c’è un colosso geologico dimenticato: si tratta di un vulcano più grande del Vesuvio la cui storia riemerge dopo millenni di silenzio e riporta l’attenzione su questo luogo leggendario.

Quando si parla di vulcani in Campania il pensiero corre subito al Vesuvio, il gigante che caratterizza il panorama di Napoli e dintorni: un protagonista assoluto che affascina e spaventa allo stesso tempo.

Non tutti sanno, però, che a pochi chilometri da Caserta, nel comune di Roccamonfina, si trova un vulcano estinto ma imponente, che è finito sotto i riflettori della comunità scientifica e non solo.

Si tratta del vulcano di Roccamonfina, uno dei più grandi apparati vulcanici del centro-sud Italia, la cui storia appare sconosciuta e tutta da scoprire per appassionati e semplici curiosi.

Con un diametro di base di circa 15 chilometri, una caldera di oltre 6 e un’altezza originaria che poteva superare i 1600 metri, le sue dimensioni superano quelle del Vesuvio, considerato una sorta di vulcano fratello.

Vulcano di Roccamonfina: le origini, la storia e le fasi eruttive

All’interno del vulcano di Roccamonfina sorge il piccolo paese omonimo, situato a circa 600 metri d’altitudine e immerso nei castagneti del Parco Regionale di Roccamonfina e Foce del Garigliano. La docente di scienze geologiche Donatella De Rita (Università Roma Tre) spiega a EcoSeven.net che il vulcano si sviluppò all’interno del Graben del Garigliano. Questa si presenta come una depressione tettonica nata dallo stiramento della crosta terrestre causato dallo scontro tra la placca adriatica e quella tirrenica. La particolare configurazione del terreno ha favorito l’ascesa di magmi alkalino-potassici, responsabili dell’attività vulcanica.

La storia di Roccamonfina può essere suddivisa in tre fasi eruttive. La prima, datata tra 630.000 e 374.000 anni fa, fu caratterizzata da intense emissioni di lave tefritico-leucitiche e piroclasti. In un secondo momento, un collasso strutturale legato all’attività sismica e tettonica portò alla formazione di una vasta caldera e alla modifica dell’attività eruttiva, diventata via via più esplosiva. In questa fase si formarono le cupole laviche dei domi Lattani e si depositarono ignimbriti tra le più estese dell’Italia meridionale, tra cui il noto “Tufo Leucitico Bruno”.

Vulcanologo
Vulcanologo- Foto di Kleber M Ortiz da Pexels-SalernoSera.it

Antiche testimonianze dell’evoluzione umana in Campania: le impronte di Roccamonfina

La ricostruzione della storia di Roccamonfina non può prescindere da quanto accadde circa 345.000 anni fa, quando l’eruzione di ignimbriti ha conservato impronte umane fossili in località La Foresta. Queste tracce sono considerate tra le più antiche testimonianze del passaggio dell’uomo in Europa e si sono conservate grazie alle colate piroclastiche.

L’ultima attività vulcanica è datata a circa 50.000 anni fa, ma l’area resta sismicamente attiva, con faglie tuttora in movimento. I residui di attività geotermica sono evidenti nella presenza di sorgenti termali e acque oligominerali.