3 marzo ‘44 / A Balvano nella Galleria della memoria e dell’orrore

Settantacinque anni fa, con ben seicento morti, fu la più grande sciagura ferroviaria d’Europa che, nel tempo, è riuscita a costruire una tradizione che la ricorda e ne rende sopportabile il peso "storico"

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Il 3 marzo 1944 nella galleria “Delle Armi”, nei pressi della stazione Balvano-Ricigliano, in provincia di Potenza, si verificò il più grave incidente ferroviario per numero di vittime mai accaduto in Italia. La tragedia di 75 anni fa, nota come “Sciagura del treno 8017”, è tra i più gravi disastri ferroviari della storia: 517 i morti benché le stime siano tuttora oggetto di discussione e il numero potrebbe essere maggiore, arrivando a oltre 600 vittime. L’evento è evocato nell’articolo che segue dall’antropologo culturale Vincenzo Esposito, docente presso l’Università di Salerno.

Quando mi imbattei nei fatti tragici di Balvano, della Galleria delle Armi e del treno merci 8017 non pensai affatto che tutte quelle vicende dolorose – le vite e le morti di seicento persone, lo sforzo pressoché inutile di quei pochi che furono precettati per un tardivo tentativo di soccorso, il nefasto sfondo sul quale gli avvenimenti si produssero – potessero dare il via ad una ricerca etnografica sul campo diretta da un antropologo culturale e, soprattutto, non pensai che potessero diventare l’oggetto di un libro e di un video documentario di natura etnologica, capace di proporre non un tentativo di ricostruzione dei fatti – di per se stessi fin troppo chiari – ma una loro chiara interpretazione sociale, ambientale, culturale. In grado di porsi come momento critico, riflessivo e dialogico relativo agli avvenimenti. Avevo torto.

La tragedia a tutta pagina sulla Stampa Sera di 75 anni fa

Come antropologo e come essere umano, mi sentii coinvolto perché avevo netta la sensazione che, per quanto dimenticate, le vicende di Balvano e del treno 8017 fossero una parte della nostra «tradizione» e della nostra storia sulla quale, professionalmente, avrei potuto dire qualcosa, proporre una riflessione sulla memoria e sulla costruzione dei ricordi. Perché le tragiche e singolari vicende occorse al treno 8017, sotto la Galleria delle Armi, a Balvano, in provincia di Potenza, con la loro lunghissima lista di morti, rappresentano, per chi le ricorda e le vuole celebrare mestamente ma con fiera consapevolezza, il limite tra un passato tragico, che non deve ritornare, con la sua sequenza di catastrofi e di lutti, ed un presente problematico e imprevedibile. Perché, a Balvano, è avvenuta la più grande sciagura ferroviaria d’Europa e, contemporaneamente, è stata costruita una tradizione che la ricorda e ne rende sopportabile il peso «storico». In altre parole, ci si trova di fronte a una vicenda che è diventata “una tradizione in senso antropologico”: un «ricordo» che ci indica chi siamo oggi e chi eravamo ieri.
Il mio cordoglio scaturisce da una lunga ricerca che si è svolta sul campo, raccogliendo dalla viva voce delle persone coinvolte, le maggior parte delle notizie utili a ricostruire il contesto nel quale si svolsero le drammatiche vicende del 3 marzo ‘44. Non bastava ricostruire i fatti «così come si erano svolti» ma bisognava individuare il processo di trasformazione della memoria in ricordo.

I morti composti sulla stazioni ferroviaria di Balvano

Per ricordare bisognava recuperare il racconto degli altri, rammentare i punti di vista di Vincenzo Pacella da Balvano, allora giovane militare, in attesa di destinazione dopo l’armistizio dell’8 settembre del ‘43, spedito a ricomporre sui binari della stazione i cadaveri della tragedia; di Ugo Gentile, salernitano, giovanissimo capostazione a Baragiano, in vana attesa di un treno che non giunse mai; di Vincenzo Francione da Torre del Greco, figlio di quella donna deposta per errore tra i cadaveri maschili, riconosciuta in extremis dal marito grazie ad un foulard che indossava; di Raffaele Bellucci, uomo di Cava de’ Tirreni che sul treno viaggiava in quella notte del ’44, cercando di sfuggire alle forze dell’ordine che requisivano come illecito tutto ciò che invece serviva per sfamarsi; di Pino Turco da Campagna, artista, regista, musicista, amico caro che con i detenuti dell’Icatt (Istituto a contenzione attenuata per il trattamento delle tossicodipendenze) di Eboli si occupava di memorie, ricordi, persone sofferenti a partire dai fatti del 3 marzo ‘44; di Pietro Rossini, salernitano di Pastorano, che sul treno maledetto perse il padre Giorgio e non si dette per vinto fino a quando non gli lasciarono apporre una lapide commemorativa a Cappelle, anzi due perché una gli sembrava poco. Neanche loro, tranne Ugo, sono qui tra noi, come le 600 vittime di Balvano. E tutti insieme – e insieme altri ancora – abbiamo costruito una «comunità» particolare, sentimentale.
Una «Comunità affettiva del ricordo» la quale, intorno ai fatti tragici di allora, costruisce e ricostruisce ritualmente, performativamente la loro/nostra memoria, per sottrarla agli inevitabili meccanismi dello scorrere del tempo e dell’oblio; a quelli del potere che frettolosamente dismette ciò che non serve a se stesso. Una «Comuntà» che sopravvive anche grazie ai materiali e ai documenti i quali, per loro «natura», sembrano eterogenei e forse incomparabili: testimonianze, pagine di libri, sequenze cinematografiche, canzoni scritte per ricordare, fotografie d’epoca, articoli di giornale. È sempre stato questo il senso della mia ricerca.
La temperie culturale che fece da cornice ai fatti del treno 8017 è nota: quel grande sfondo storico, politico e sociale che è stata la II Guerra mondiale, col suo inumano carico di strazio, morti, miseria, bombardamenti, distruzione, fame, follia, politiche violente, macerie materiali e morali. Uno sfondo drammatico sul quale l’umana presenza, per dirla con Ernesto de Martino, provava, nonostante tutto, a rimanere sveglia nel suo tentativo di trasformare il contingente in valore, il quotidiano in Storia; provava a trovare gli strumenti morali e culturali per arginare quel negativo per eccellenza che rende gli uomini incapaci di reagire ed agire nella Storia in maniera realistica e concreta, anche in assenza dei più elementari beni materiali, capaci di garantire la sia pur minima sopravvivenza materiale. Anche in assenza dei più elementari diritti come quello all’essere ricordati.