Quasi 4mila giornalisti italiani minacciati in 2 anni

I procedimenti per la diffamazione a mezzo stampa sono numerosissimi, durano fino a sei anni per il primo grado, e 9 volte su 10 le accuse risultano infondate. Ogni anno 155 imputati (in gran parte giornalisti) subiscono condanne a pene detentive per complessivi 103 anni di reclusione. Spesso le condanne restano sospese, ma hanno un forte effetto raggelante sulla libertà di stampa e di espressione

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Sono quasi 4mila i giornalisti bersaglio di minacce e intimidazioni in Italia in soli due anni.
E gli attacchi sono nel 91% casi rimasti impuniti.
I dati sono del rapporto “Molta mafia, poche notizie”, realizzato da “Ossigeno per l’informazione”, con il sostegno della Commissione Europea, su incarico del Centro Europeo per la libertà di Stampa e dei Media di Lipsia (Ecpmf).
Stando al report, fra il 2016 e il 2018, oltre 3.721 giornalisti, blogger, video operatori, fotoreporter italiani, elencati con nome e cognome, sono stati bersaglio di attacchi.
Tra gli attacchi ci sono minacce, intimidazioni, aggressioni, danneggiamenti, furti mirati ma anche gravi abusi del diritto come le querele pretestuose e le cause per diffamazione infondate.
Gli oltre 3721 operatori dell’informazione citati “mostrano la punta dell’icerberg, che misura 15-16 volte di più. I dati sono stati prodotti da Ossigeno per l’Informazione che, dopo avere accertato i fatti, ha pubblicato il nomi di ognuna vittima e i dettagli dell’attacco subito. Dai dati risulta che circa il 38% di questi attacchi è dovuto alla pubblicazione di notizie sulla mafia. Quanto alle modalità, circa la metà è stata violenta, un 40% legale e giudiziaria e il restante 10% informale (pressioni, divieto di partecipare a conferenze stampa, altri atti discriminatori)” – si legge nel rapporto.
“Nel 2016, Ossigeno ha aggiunto ai dati raccolti sul campo quelli inediti del Governo sull’esito dei processi per diffamazione a mezzo stampa in Italia. Essi hanno dimostrato che i procedimenti sono numerosissimi (circa settemila l’anno e aumentano dell’8 per cento ogni anno), lunghissimi (da due a sei anni per il primo grado) e 9 volte su 10 le accuse risultano infondate. Ogni anno 155 imputati (in gran parte giornalisti) subiscono condanne a pene detentive per complessivi 103 anni di reclusione. Di solito queste condanne rimangono sospese, ma hanno lo stesso un forte effetto raggelante (chilling effect) sulla libertà di stampa e di espressione. Fra i condannati a pene detentive – conclude il rapporto – primeggiano i direttori responsabili dei giornali”.