È innegabile che, nel nostro Paese, esiste una questione Craxi, che si è aperta con la sua morte sul suolo tunisino e che non si è chiusa tuttora.
Le parole dell’odierno Sindaco di Milano, Sala, che si è dichiarato disposto ad ascoltare i cittadini milanesi in riferimento all’ipotesi di intitolazione di una strada all’ex-leader del Garofano, ovviamente non possono che far felici coloro che, politicamente, sono stati legati alla sua figura.
Peraltro, nei primi giorni di gennaio del prossimo anno cadrà il ventennale della sua morte ed è giusto, a maggior ragione, sollecitare una riflessione intorno all’operato di chi, meglio di altri, ha rappresentato plasticamente una stagione della politica italiana, pagando poi un costo altissimo in termini personali.
Crediamo, invero, che i tempi del manicheismo siano passati: nessuno di noi può e deve decidere se Craxi sia stato un grande statista ovvero, più semplicemente, un latitante morto fuori dal suo Paese per fuggire ai rigori della carcerazione.
Più sommessamente, un dato è certo: da Tangentopoli sono trascorsi circa trent’anni e gli equilibri, che si sono costruiti dopo la fine della Prima Repubblica, hanno dimostrato di essere ben più fragili di quelli che Craxi voleva spicconare e che, in parte, ha ricostruito almeno fino a quando – poi – non è stato messo sotto inchiesta.
Certo è che Craxi – per usare un’espressione di Moro – è stato il punto di non-ritorno di un’intera classe dirigente, che dopo la lotta al Comunismo ed il suo crollo ha cercato invano di edificare un’architettura politico-istituzionale che potesse far uscire finalmente il nostro Paese dalla stagione del Compromesso Storico e del consociativismo democristiano-comunista degli anni Settanta.
Di quel ceto Craxi è stato il punto di riferimento essenziale e su di lui, più che su altri leader dell’anti-comunismo cattolico (Forlani, Cossiga ed Andreotti), sono caduti i calcinacci rovinosi della Prima Repubblica.
L’esito della sua morte fuori dalla patria è stato, forse, il segno più evidente – finanche solo in termini simbolici – di un rigetto che il Paese intero ha nutrito verso coloro che lo hanno governato per oltre venti anni, dalla fine degli anni Sessanta agli anni Ottanta.
Ma, è anche vero che, oggi, dopo il tempo della condanna sembra che si stia aprendo una nuova fase, quella della riabilitazione (ovviamente, solo politica) del leader socialista e, con lui, di chi ha governato il Paese negli anni più importanti della crescita economica.
Forse, sarà l’effetto del fallimento dei partiti della Seconda Repubblica?
Forse, sarà l’effetto della crisi economica che ha delegittimato l’ultimo ventennio molto più di quanto non lo fosse già la stagione del craxismo rampante?
Forse, semplicemente a distanza di qualche anno il furore e l’accidia di quei momenti stanno lasciando il passo ad una riflessione più serena e consona al livello dei governanti della Prima Repubblica?
Questa discussione ci interessa e ci intriga: certo, siamo consapevoli che non terminerà a breve e che l’epilogo della stessa è tutto da scrivere, ma non può che tornare utile ad una nazione, come quella italiana, che oggi è alla ricerca della verità su fatti storici che, troppo sbrigativamente, sono stati derubricati in passato al mero rango della cronaca giudiziaria.

 

 

Rosario Pesce