Da luglio 2014 al primo trimestre 2018 i licenziamenti nella città di Salerno sono aumentati del 72%, passando dai 75 ai 130 l’anno. In tutto sono stati 419 i salernitani licenziati nell’ultimo triennio lavorativo, quello aperto dalla nuova legge 78 del 2014, da tutti conosciuta meglio come Jobs Act. I dati provengono dall’Ispettorato del Lavoro di Salerno. Questi licenziamenti, quindi, riguardano solo quelli avvenuti a seguito di contenziosi. I numeri reali potrebbero essere molto più elevati, poiché l’INPS è l’ente che, al di là delle controversie registrate all’Ispettorato, tiene il conteggio totale di assunzioni, trasformazioni di contratto e licenziamenti di tutti i lavoratori. Ma questo dato è tutt’altro da sottovalutare, per tirare le somme dei primi effetti del Jobs Act sui cittadini.

CAUSE PERSE IN PARTENZA. Una delle novità più discusse della legge 78/2014 è stata l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello strumento giuridico che prevedeva la possibilità di un lavoratore di ricorrere in giudizio e sperare di essere reintegrato dall’azienda nel caso in cui fosse stato licenziato per motivi non fondati. Di fatto il Jobs Act abolisce letteralmente “l’obbligo di reintegro, a prescindere dalla dimensione aziendale per tutti i licenziamenti classificati come economici: 1) per crisi aziendale, 2) per mancanza di liquidità, 3) per questioni organizzative”.
L’aumento vertiginoso dei licenziamenti, a seguito di contenziosi aperti presso l’ispettorato del lavoro, può essere considerata una triste conferma. A partire dal 1° luglio 2014 qualunque azienda, con meno o più di 15 dipendenti, può licenziare il lavoratore anche per “motivi organizzativi” (non c’è obbligo di fornire una motivazione dettagliata), senza la possibilità di essere reintegrato. Per i salernitani sono state 419 le controversie chiuse con licenziamento, aumentate ogni anno per 3 anni, a partire proprio dall’introduzione del Jobs Act: 75 nel 2014, 105 nel 2015, 129 nel 2016, 120 nel 2017.

I SETTORI PIU’ COLPITI. Il commercio è la terza maglia nera della lista, con 78 licenziati e anche qui un trend sempre crescente in modo esponenziale, a partire proprio dal luglio 2014. Anche nell’industria, in particolare quella pesante e metalmeccanica, si registrano numeri rilevanti, con 79 licenziati nel triennio considerato, sempre con andamento crescente. Ma nell’elenco rilasciato dall’Ispettorato del Lavoro, il settore nel quale si sono registrati più licenziamenti a seguito di controversie aperte, risulta sotto il nome di “Servizi Vari”. Da qui la difficoltà a comprendere quali siano realmente i lavoratori più coinvolti. Escludendo i tanti settori presenti in elenco, dall’industria cartotecnica agli operai agricoli finanche agli artigiani di ceramica e abrasivi, nei “Servizi Vari sembrano quindi rientrare tantissime persone: lavoratori delle comunicazioni, come call center, del settore pubblicitario, i tanti lavoratori nelle imprese che offrono servizi come pulizie, sicurezza, ristorazione. Oltre 200 i lavoratori salernitani falciati in questo “macrosettore”, 48 il primo anno, 52 il secondo, poi 57, e di nuovo 54 tra 2017 e il primo mese del 2018 (anche in questo caso il trend dal 2014 è crescente, ndr).

I CONTRATTI ANOMALI. Tecnicamente andrebbero definiti contratti “atipici”. Il problema è che ormai sembra essere diventata una pratica tipica usarli, pur presentando anomalie su ogni fronte. L’art. 1 comma 7, lett. a) del Jobs Act cita testualmente “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali”. Belle parole, ma sono rimaste tali. Le forme atipiche sono rimaste e proliferate. I dati dell’INPS, purtroppo, hanno una profondità solo fino al livello provinciale. Ma le cifre parlano chiaro. Man mano che il triennio 2014-2017 di agevolazioni economiche e fiscale (riconosciute alle aziende col Jobs Act) si esauriva, così le assunzioni a tempo indeterminato sono crollate fino a una diminuzione dell’85%, con 141mila 294 assunzioni in meno. Mentre quelle a termine e con contratti “atipici” sono aumentate di 69mila 109 unità.

NON SOLO NUMERI. Dietro questi numeri ci sono nomi di figli, genitori, cugini, partner, amici, cittadini e le loro storie che tanti di noi hanno toccato da vicino. Come quella di Raffaele, 30enne assunto grazie al Jobs Act, con 2 contratti diversi tramite due società della stessa azienda, “perché dobbiamo rientrare nei range stabiliti dalla legge, e non possiamo assumere tutti con contratti a termine o atipici”. Dopo soli 7 mesi, nell’aprile 2017, viene licenziato. Tiziano, 29 anni, assunto nel settore commerciale in uno dei grandi nuovi “poli commerciali” di Salerno. “Ho lavorato per 24 mesi, con contratti rinnovati ogni 6 mesi, come si può vivere così, ti mancano le certezze, la vita non dura 6 mesi”. Per il Jobs Act sì, e dopo 24 mesi, “sono stato mandato a casa con decine di altri miei colleghi”.

LICENZIATO PERCHE’ “NON AVEVO IL FUOCO DENTRO”. Così è stato accompagnato alla porta Fabio, salernitano di 31 anni, due lauree, licenziato dopo soli due mesi, quando il contratto prevedeva tutt’altro, anche per i relativi vantaggi economici riconosciuti all’azienda che lo aveva “assunto”. Fabio non lavorava nel mondo del porno, anche se la motivazione fornita per il suo licenziamento lo farebbe pensare. Una storia assurda che raccoglie in sé tante delle contraddizioni che l’applicazione del Jobs Act ha rivelato in questi anni.

Marco Giordano

Marco Giordano

Non fatevi ingannare dall'abito elegante. Non sono un monaco, però mi ribattezzo "Data Rider": un Tomb Rider profana le tombe, io profano i dati tombati nei polverosi archivi delle Pubbliche Amministrazioni. Possono raccontarci molto più della propaganda e delle chiacchiere, quelle di chi fa il monaco senza nemmeno l'abito. Giornalista economico, datajournalist.