A Salerno percentuale record di consumo di suolo

Il futuro della città metropolitana, una colata di cemento che non si arresta da anni

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Mi piacerebbe scrivere che il peggioramento urbano salernitano nacque con la crisi del capitalismo globale (2008) ma venderei per verità un tema politico che per il nostro contesto territoriale sarebbe una distrazione di massa. Il capitalismo neoliberista crea danni anche al nostro territorio, di questo non ho dubbi, ma scrivere che la nostra crisi nasce in quel periodo sarebbe un tema fuorviante poiché lo storia urbana di Salerno, ahimé, è chiara ed è analoga a molti altri territori non pianificati correttamente quando si costruivano le città, e cioè fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel secondo dopo guerra il nostro ceto politico (anni ’70 e ‘80), costretto dalle norme (DM 1444/68), doveva elaborare un piano fatto bene, ma scelse di non scegliere per favorire gli interessi privati dei costruttori e degli immobiliari, insieme alla borghesia dominante che decise di usurpare il bene comune sfruttando le famigerate rendite fondiarie e urbane.
Arrivando ad oggi, con una città costruita male per volontà politica affinché si potesse concentrare la ricchezza delle rendite parassitarie nelle mani di pochi, quando esplose l’ideologia neoliberista (anni ‘70), tutta la classe dirigente locale è rimasta a guardare la delocalizzazione delle imprese (anni ’80-‘00). Anziché mettere in discussione un paradigma culturale dominante palesemente sbagliato, ancora una volta la classe dirigente locale scelse di restare sul piano ideologico sbagliato (in continuità politica col passato) premendo l’acceleratore della speculazione urbana, creando piani edilizi intrisi di interessi particolari e trascurando i vecchi problemi relativi all’affollamento e alla carenza di standard minimi nei quartieri esistenti, ormai arrivati a fine ciclo vita (rischio sismico).
Mentre la città perdeva risorse umane (dal 1981 al 2011 Salerno perdere il 18% dei residenti) alla ricerca di un impiego e/o di una casa al prezzo giusto, il ceto politico scelse di approfittarne per “ubriacare” (con successo) la maggioranza dei restanti attraverso promesse superficiali e scenari speculativi, di fatto dando un cattivo esempio poiché taluni di questi impegni sono stati palesemente distruttivi del territorio e incostituzionali (vedasi il famigerato Crescent, una lottizzazione privata realizzata sulla spiaggia).
Ancora oggi l’emigrazione dei laureati colpisce la nostra comunità, e nessun organo politico esprime programmi e piani capaci di suggerire l’uscita dalla marginalità economica e sociale, ad esempio parlando pubblicamente di un piano urbanistico intercomunale bioeconomico per affrontare e risolvere i problemi della struttura urbana esistente.
Lasciando il piano politico sbagliato, quello neoliberista, e approdando sul nuovo piano culturale-politico della bioeconomia è possibile osservare la città come un sistema metabolico (un sistema di flussi di energia e materia con ingressi e uscite) e quindi elaborare programmi e piani di nuova occupazione utile al territorio, poiché si affronterà il tema della riduzione degli sprechi (un risparmio economico per la comunità e i cittadini) e delle nuove attività e funzioni che sfruttano le tecnologie innovative. Le attività sono espressione del piano identitario locale descritto dall’approccio territorialista; questo è capace di elaborare scenari e visioni di attività e funzioni che tutelano il territorio e il patrimonio naturale, attraverso un percorso figlio di un’elaborazione che coinvolge gli abitanti e il ceto dirigente locale, rispetto alla storia e alle risorse locali.
Nonostante l’opportunità di scegliere percorsi virtuosi, creativi e innovativi, la nostra guida politica continua a pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani ma ciò contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.
Le recenti espansioni, realizzate dagli anni 90 ad oggi hanno consumato circa 115,51 ettari, e tutte queste lottizzazioni sono nelle aree periferiche, periurbane, rururbane e contigue alle aree produttive e industriali (Matierno, San Leonardo, Fuorni, Stadio Arechi, Sant’Eustacchio, colline di Brignano, Masso della Signora, e Giovi), e sono tutte espansioni non integrate nel tessuto urbano esistente. Salerno non è più dentro i propri confini amministrativi, da circa venticinque anni, ma è una città estesa costituita da 11 comuni, e gli abitanti vivono e consumano questo territorio molto più vasto ma non pianificato.
Un censimento delle aree abbandonante e sottoutilizzate all’interno della città estesa salernitana può suggerire un riequilibrio dei carichi urbanistici, questo significa migliorare la morfologia urbana esistente di tutta l’area vasta che produce nuova occupazione utile. Un processo coordinato da una regia pubblica e con strumenti di partecipazione popolare attiva può favorire soluzioni concrete che rispondo ai bisogni reali degli abitanti, i quali possono trovare occasioni di impiego con nuove attività.
Tutto ciò, ahimé, non appartiene alla cultura politica locale, nonostante sia un approccio molto noto e usato in diversi Paesi occidentali.

(dal Quotidiano del Sud-L’ALTRAVOCE della tua Città)