A Salerno tutti in giro, ciao sceriffi

Prima giornata del ritorno in zona arancione: folla in strade, spiagge e parchi cittadini. La psicoterapeuta Celia: «C'è molta confusione sulle regole». L''infettivologo Greco: «Col virus dobbiamo convivere»

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Dal lungomare Trieste al lungomare Colombo, dal centro storico a Mercatello. La folla si riversa su strade, spiagge e parchi cittadini, complice la domenica di sole. Inutile la decisione di chiudere il solarium di Santa Teresa, nella prima giornata in zona arancione. A Salerno come in provincia, e nel resto d’Italia. Voglia di normalità o rimozione freudiana dello spettro Covid, non si sa. Un dato appare evidente: è il fallimento della strategia degli sceriffi, della comunicazione del terrore, declinata bava alla bocca. Non serve e, forse, dopo un anno è pure controproducente. «Da una prima ispezione – dichiara il sindaco Enzo Napoli – mi pare che la situazione di oggi sia molto più tranquilla rispetto quella di ieri». Ma le scene in giro sembrano contraddirlo: è un brulicare di famiglie, ciclisti, runners, passeggiatori. Ricordando, comunque, la libertà di spostarsi sul territorio comunale, escluso il coprifuoco tra le 22 e le 5. A bar e ristoranti ora si consente solo l’asporto? Nessun problema: in tanti consumano ai giardinetti, o sulla battigia. «C’è stata in tutta la regione questo rifiuto, ma anche questa risposta poco congrua rispetto alle indicazioni, più rigide rispetto a quelle che avevamo fino a ieri, e – osserva la psicoterapeuta Giovanna Celia – credo che purtroppo questo si spieghi per la generale confusione. Credo che le persone siano meno informate rispetto al primo lockdown. C’è meno attenzione, c’è meno rispetto. Un po’ forse per una stanchezza generale, alla quale andrebbe data una risposta, anche in modo da conservare un maggior senso sia da adesione sia di responsabilità da parte dei cittadini». Celia sottolinea: «In tv sentivo le persone intervistate che neppure sapevano che la Campania fosse nuovamente arancione. E non sapevano neanche cosa significasse il fatto di essere tornati in arancione». La psicologa rileva: «Forse si dovrebbe tornare ad una comunicazione più netta, senza troppi se e ma, senza troppe clausole». «Credo che – spiega -questo metta le persone in una condizione in parte di confusione e in parte di alibi nel tracciare la possibilità che è legata ai loro bisogni e alle loro aspettative di fare quello che magari desiderano». Celia, docente all’università di Foggia, sta svolgendo uno studio con un team di ricercatori degli atenei di Salerno e Roma La Sapienza. L’oggetto: i negazionisti del Covid. «Ci interessa capire le motivazioni che – dice – portano a negare un’esperienza del genere, perché se non capiamo cosa li porti a negare non possiamo intervenire, e portarli in una direzione di collaborazione alle disposizioni da rispettare per il benessere personale e della popolazione». Diverso il punto d’osservazione dell’infettivologo Luigi Greco. «Noi respiriamo comunque la natura, e la natura – dice – ci ispira con la primavera, e la primavera ci ispira il desiderio di dimenticare tutto. Penso che quello di tante persone sia un atteggiamento che riflette quello che sta succedendo a livello della natura. Sarebbe molto più utile che noi si riuscisse a far capire alla gente il fatto che con un fatto del genere ci si deve convivere». E convivere «significa non esagerare in questi assembramenti, senza essere protetti. Significa accettare questa mascherina e tutti i limiti che ci pone, incluso questo semi lockdown che sono le zone arancioni». Ma anche «senza essere così catastrofici come molti: continuano a pensare che si tratti di una malattia irrimediabilmente mortale». Invece «aumentano i casi però – precisa il clinico – diminuiscono i morti e i ricoveri, anche se molto parzialmente. Non è detto che anche le varianti debbano contribuire a renderci più terrorizzati di quello già siamo. Se non usciamo da questo cerchio di fuoco ci facciamo solo male». Sui rimedi, Greco ha idee chiare. «Il discorso è profondamente culturale, e – sostiene – viene completamente eluso. Quello che noi abbiamo fatto all’ambiente adesso lo stiamo pagando. Stiamo vivendo un’era del consumismo più sfrenato, e non ci rendiamo conto che non può andare avanti all’infinito. Quindi dobbiamo renderci conto che, purtroppo, si devono ridurre i consumi».

(Dal Quotidiano del Sud – l’Altravoce della tua Città in edicola oggi)