Adolescenti, sos suicidi

La psicologa Celia: «Così la fase di isolamento travolge i ragazzi»

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Salerno è scossa dalla morte di un 14enne, precipitato dal balcone al Rione Margherita, domenica sera. Per gli investigatori un suicidio. E sarebbe il secondo in due settimane, dopo quello di un 13enne di via Monti, in circostanze identiche. Due tragici voli, cui si aggiungono 4 precedenti suicidi in città, nel vuoto della pandemia, e il gesto estremo di una donna, due giorni fa ad Agropoli. «Il trend è in crescita da tempo – spiega Giovanna Celia, psicologa psicoterapeuta, docente dell’università di Foggia, presidente della società italiana di psicoterapia integrata e strategica sipis, nonché autrice di diversi volumi, tra cui il “Prontuario di strategie terapeutiche”, in uscita con Franco Angeli -. Il malessere psicologico e la depressione sono al secondo posto tra le patologie mondiali, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Quindi senz’altro i problemi mentali sono in evoluzione, in una società che prima era frenetica, distratta, cinica, e quindi alimentava a volte solitudine, tristezza, depressione, aggressività. Adesso, in pochi mesi, questo quadro è cambiato. È cambiato apparentemente fermando un po’ il mondo»
Perché apparentemente?
Dico apparentemente perché tra social, dispositivi elettronici, smart working, abbiamo mantenuto comunque quella velocità che in parte avevamo prima. Però si sono slatentizzati i problemi coniugali. Sono scoppiate le coppie costrette a vivere 24 ore su 24 in un appartamento. In quelle che riuscivano a mantenere una sorta di equilibrio, legato al fatto che si passava la maggior parte del tempo fuori casa, gli equilibri sono saltati. Sono saltati gli equilibri di quelli che, attraverso il contatto con gli altri, riuscivano a salvaguardare una sorta di apparenza. Adesso, senza avere più questa sorta di maschera obbligatoria, hanno visto esplodere la loro angoscia, hanno visto esplodere magari il fallimento della loro vita.
E poi ci sono questi episodi di suicidi fra i giovanissimi.
Anche dal mio osservatorio la questione adolescenziale si è fatta più critica nella fase di quarantena. Già l’adolescenza di per sé è un periodo delicatissimo. Uno degli aspetti importanti è proprio la socialità: il gruppo dei coetanei, le uscite. Quasi più della famiglia. Togliere ai ragazzi in modo drastico la possibilità di frequentare la scuola, i compagni, fare sport, l’avere degli sfoghi, è stato un elemento che ha acuito tutta una serie di problematicità, che probabilmente erano già in latenza. Ma nell’adolescenza molte cose sono latenti, e aspettano solo l’occasione per uscire fuori. Quindi sono aumentati le depressioni, gli attacchi di panico, le dipendenze da videogiochi.
In che modo sono aumentati?
Mi vengono segnalati ragazzini che passano 12, 15, 18 ore di continuo ai videogiochi. Che non dormono tutta la notte. Con questo hanno problemi di concentrazione, di alterazione dell’umore, di aggressività, scatti d’ira. Aggressività eterodiretta e autodiretta. Poi è aumentato il ricorso a chat, social network.
Cosa significa questa crescita esponenziale della vita sui social?
Significa che per quei ragazzini già un po’ isolati, che avevano una scarsa condivisione sociale con i compagni, questo è diventato ancora più accentuato. In alcuni casi questo isolamento è diventato un acutizzarsi di esperienze di bullismo, di invettiva, di sfottò. E in un momento in cui non hai alternative, non hai altri confronti, non hai altri momenti di scarico di queste tensioni, a volte si arriva a dei tilt tali, che purtroppo sfociano in eventi come quelli che abbiamo seguito in questi giorni, da parte dei ragazzi. La stessa cosa, in maniera rivisitata, riguarda gli adulti che nascondono le loro preoccupazioni. In questo caso parlo soprattutto di quelle economiche. Poi c’è l’ansia della malattia.
Anche in fase di calo dei contagi?
In questo momento la paura della contagio è diminuita, però è aumentata la paura del futuro. Il problema economico, il problema del domani. È come se ci trovassimo di fronte a una situazione di ripresa, però di un nuovo mondo, dove il mondo precedente si è dissolto. E siamo tutti in una condizione di grandissima incertezza. E tra l’altro di questo si parla poco in casa.
Vale a dire?
Un genitore si chiede mai come si sente il figlio, cosa gli manca, di cosa ha paura? A volte questo livello di comunicazione, in famiglia, non c’è. Quindi si scopre il malessere di un figlio, o di un marito, o di una moglie, solo quando questo diventa drammaticamente tangibile.
A Salerno questi gesti si stanno ripetendo con frequenza. C’è una chiave di lettura?
Su questo non ho un dato scientifico documentabile. Dico che le realtà dove c’è una maggiore forma di copertura sociale, legata all’immagine – questa spesso è comunque una dimensione provinciale – dove si nasconde quella che può essere una sofferenza, una situazione critica, è chiaro che aumentino i rischi suicidiari. Perché custodire, nascondere, tenere dentro, per tanto tempo, forse per troppo tempo, soprattutto in relazione a situazioni che si fanno sempre più critiche, sempre più acute, come può essere stata quella della pandemia, poi rischia di far esplodere le cose.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)