Aiuto, la plastica ci sommerge

La spiaggia di Tenerife nelle Canarie si è desolatamente coperta rifiuti. In Sardegna, a Porto Cervo, è stata rinvenuta, morta, la femmina incinta di un capodoglio con oltre 20 kg. di residui plastificati in corpo. A Cetara è stata ritrovata una tartaruga morta con bottiglie e altri oggetti che ancora le pendeva dalla bocca. Pacifico, Atlantico, Mediterraneo, ci si può spostare dove si vuole, ma l’emergenza sembra sempre la stessa. E lo spettacolo continua negli spazi all'aperto dell'Università di Salerno...

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La plastica ci ha cambiato la vita, ma ora ce la sta distruggendo. Sarà pure un’estrema sintesi, la mia, e forse anche un po’ retorico usare una frase del genere, ma corrisponde tristemente alla verità. Da quando iniziarono le prime sperimentazioni nel 1855 sino ad oggi i polimeri hanno avuto tante e tali applicazioni da diventare necessari, anzi, indispensabili, tanto che definire la nostra epoca “età della plastica” non sarebbe improprio se non fosse per la tecnologia informatica che monopolizza il nostro vivere. Ma la plastica, in fondo, è una tecnologia applicata: elettrodomestici, automobili, oggetti per la casa, cinghie, bottiglie per bevande, sacchetti, imballaggi, tubazioni, recinzioni, contenitori non alimentari, vassoi per cucina, giocattoli, pannelli isolanti, sono tutti oggetti costruiti in prevalenza con i polimeri (PET, PVC, HDPE, PDPE, PP, PS, che sono le sigle con cui vengono classificati). Insomma, nel tempo è stato (ed è ancora) un successo strepitoso, in tutti i campi. Ma l’uomo inventa, produce, usa e poi, consuma; l’utilizzo, si sa, provoca il logoramento e la progressiva distruzione del bene, ponendo il grave problema del rifiuto e della sua complicata gestione. Per decine e decine di anni, ad esempio, abbiamo utilizzato le famose “buste di plastica” per trasportare di tutto, salvo poi depositarle ovunque, meno che nei raccoglitori idonei per un corretto smaltimento e/o riciclo. Così, dopo il deposito irregolare di tutto ciò che è plastica, ci arriva il conto, salatissimo. Giorno per giorno assurgono alla cronaca episodi devastanti, che devono per forza di cose indurci ad agire.

Il capodoglio spiaggiato a Murcia: un simbolo dell’attuale catastrofe ecologica, anche per l’abuso della plastica e per il suo mancato smaltimento

Cito gli ultimi, in ordine temporale. La spiaggia di Tenerife nelle Canarie si è desolatamente coperta di plastica ed è osceno vederla. Uno spettacolo indecente, con macro e micro rifiuti in materia plastica di ogni genere apparsi dopo una mareggiata. Si tratta di un nuovo caso dopo l’isola di plastica situata nell’oceano Pacifico dove, dagli anni Ottanta del Novecento si sono accumulate e galleggiano tonnellate di immondizia, soprattutto polimeri, per chilometri e chilometri quadrati. In Sardegna, a Porto Cervo, è stata rinvenuta, morta, la femmina incinta di un capodoglio con oltre 20 kg. di plastica in corpo. A Cetara è stata ritrovata una tartaruga morta con la plastica che ancora le pendeva dalla bocca. Pacifico, Atlantico, Mediterraneo, ci si può spostare dove si vuole, ma l’emergenza sembra sempre la stessa. E che si tratti oramai di una grave patologia possiamo riscontrarlo ancora dalle nostre parti, ovunque passiamo o dovunque vi sia gente che sia transitata, a piedi o con le auto. Non c’è forse una sola strada periferica o di montagna (si salva, forse, il Cilento) che non sia diventata ricettacolo di bicchieri, bottiglie di plastica e contenitori vari della stessa materia. La splendida strada della costiera, malgrado gli sforzi per provare a mantenerla ad un livello di decenza, in realtà presenta ai bordi contenitori di olio per auto, bottiglie in plastica e qualche volta di vetro, residui dei bagordi del fine settimana. La Croce-Pellezzano propone un triste accumulo di immondizia e plastica ad ogni tornante, soprattutto nel versante della valle dell’Irno. L’università – ahimè – non è da meno. Se si salgono le rampe esterne di sicurezza e di accesso ai piani, soprattutto in prossimità delle aule per i corsi, c’è il trionfo dell’immondizia, soprattutto bottigliette di plastica. Insomma, il tempio della cultura si sta progressivamente trasformando nel “tempio della monnezza”, per dirla senza mezzi termini. Occorre invertire la rotta, e ancora una volta va fatto subito, non domani. Occorrono controlli ovunque, telecamere per individuare i colpevoli e multe salate che, evidentemente, appaiono l’unico strumento per dissuadere. Ma serve, ancor più, una presa di coscienza dei ragazzi, a partire dalle scuole elementari. In molti plessi si insegna educazione ambientale e forse per il futuro ci sono delle speranze, ma la sensibilizzazione deve tradursi in mobilitazione. La stessa politica deve fare, non parlare. A tal proposito, vanno accolti come segnali di speranza le decisioni assunte dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e dalla regione Puglia che hanno deciso di adottare provvedimenti drastici per eliminare la plastica almeno per bottiglie e bibite. E questa campagna, ne sono certo, porterà altre importanti adesioni. Ma occorre che l’Unione Europea prenda in carico in toto il problema e decida di varare misure premianti o penalizzanti a seconda dell’atteggiamento che gli Stati assumeranno nel breve e medio termine nei confronti di questa ennesima emergenza. Se vuole farci sentire la sua presenza, lo faccia a partire dai bisogni dei cittadini. E quello ambientale non è solo un bisogno, è una necessità storica.