Alfieri è la pedina di un sistema politico padronale

La sinistra campana deve interrogarsi sulle articolazioni ultraventennali di un potere clientelare e cinico che rende impossibile la riforma e il rinnovamento del Pd, un partito muto rispetto alla verità e ormai lontano dal mondo

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Franco Alfieri è un politico di lungo corso, con la capacità di reinventarsi a fronte degli ostacoli giudiziari che incontra sul suo cammino. Un’operazione costante, questa di ricreare o rielaborare la propria esistenza politica, che richiede abilità e forse, anche, dosi di non comune intelligenza. Bocciato sonoramente alla Camera, ascende al ruolo più delicato e centrale nell’organizzazione del presidente della Regione. Non potendosi ricandidare ad Agropoli, sceglie la augusta città dei templi e punta al suo scranno più alto, dimettendosi da capo della segreteria di De Luca ma conservando l’incarico di consigliere del capo in  settori (agricoltura, caccia e pesca) nei quali si gestiscono milioni e rapporti. Un camaleontismo prensile che Alfieri mette in campo con scelta di tempo e di padrinato politico utili al fine.
Il limite dell’ex sindaco di Agropoli e di tanti quadri di partito nelle sue stesse condizioni è però la presunzione, che lievita nell’Io con esiti spesso catastrofici, esponendo al rischio di rovinosi capitomboli. Sentirsi, cioè, predestinato al ruolo istituzionale, incurante delle tempeste con cui la storia talvolta si abbatte su militanti e candidati che, come lui, si sentono chiamati a ruoli pubblici nonostante tutto e contro ogni evidenza. È proprio questa presunzione che, in momenti difficili come quelli che sta vivendo il consigliere del governatore, pluri-indagato per reati non proprio veniali e sempre connessi all’esercizio delle sue funzioni pubbliche, rende irritanti le recenti auto-difese diffuse in rete.

Franco Alfieri, durante l’autodifesa dell’altro giorno diffusa sui social

In una conversazione con l’universo-elettore, lanciata attraverso Facebook con icastica ridondanza (i mesti templi solenni alle spalle, che non sembrano legare con gli affreschi paludosi finora emersi dalle indagini), Alfieri dice di essere stato leso da una perquisizione domiciliare troppo tempestiva, ordinata cioè in piena campagna elettorale, quasi che l’intento dei magistrati della Dda sia stato quello di colpire una carriera e non l’altro di verificare fatti gravi per i quali si procede. Ma Alfieri, che è un navigato avvocato, sa che quell’atto di indagine dell’altra mattina, la perquisizione appunto, è e deve essere un accertamento a sorpresa, perché serve a cristallizzare evenienze ed eventuali prove che un attimo dopo potrebbero evaporare, come spesso accade soprattutto in ambienti abili nel dribblare le investigazioni. Sono iniziative auto-assolutorie fumogene che non convincono, soprattutto se messe in campo da un indagato esperto di leggi, regolamenti e giurisdizione. Ovviamente, l’autodifesa veemente di chi è sottoposto a indagini accerchianti è umanamente comprensibile. Quando si ha il cappio dell’antimafia al collo, mentire o discolparsi con veemenza può essere una manifestazione dell’istinto di sopravvivenza politica, un automatismo psichico sollecitato proprio da quell’improvvida presunzione (ecco che torna) di chi ritiene gli elettori miseri clientes legati come l’edera alla propria vita perigliosa.

La Regione Campania dove l’ex sindaco di Agropoli continua a svolgere le funzioni di consigliere del Governatore e dove, fino a marzo, è stato capo della sua segreteria

C’è però un problema, che evade dal perimetro giudiziario, perché è politico. Chi è che consente ad Alfieri, e agli Alfieri di turno, di poter decidere impunemente del loro destino istituzionale? Un tempo questo lavoro di setacciare le ambizioni personali lo svolgevano i partiti, attraverso organismi (di base e di vertice) più o meno efficienti, a volte coartati nella loro volontà da poteri esterni o interni, lobbistici e sommersi. Precari e carenti, si dirà, ma erano organismi attivi, le cui decisioni potevano essere impugnate. Oggi gli Alfieri in Campania non devono porsi più il problema di passare nelle maglie strette del setaccio di base o di vertice, che non esistono più. Basta essere amici e al servizio permanente effettivo del potente che vigila sulla massa elettorale, gestendola nel quadro delle proprie strategie lobbistiche e familiari come truppa acefala e manovrabile.
Le accuse formulate a Franco Alfieri vengono da molto lontano, come egli stesso ha puntualizzato. Arrivano da un passato di fatti e amicizie, che le accuse collocano in una suburra estesa, della quale i magistrati dell’antimafia stanno cercando di misurare estensione, profondità e sconfinamenti nell’area istituzionale. Nonostante tutto, a fronte di un passato che sembra essere anche presente, Alfieri si candida, si ricandida, decide le postazioni da poter ricoprire e ottiene incarichi delicatissimi al riparo del dominus, l’unico evidentemente che in questa glaciale e autarchica società politica è ritenuto titolato ad assolvere o condannare. Siamo ai proconsoli del terzo millennio, forti dell’investitura conferita loro da una reinventata “riforma augustea” delle banane. È questa la ragione per cui Alfieri è al suo posto in Regione, perché evidentemente la sua figura e il suo ruolo sono ritenuti compatibili con lo slogan “A testa alta”, inscenato quotidianamente dalla propaganda del regime regionale. Si ricorderà la pagina ridanciana delle “fritture di pesce”, attraverso la quale l’abilità del Goebbels campano riuscì a trascinare in un saggio di comicità plautina post moderna un problema che era serio ed è diventato drammatico.

Il segretario del Pd Zingaretti, che potrebbe pagare un prezzo altissimo per la gestione padronale del PD in Campania

Evidentemente, a questo potere Franco Alfieri serve. Ma non è colpa esclusiva dell’ex sindaco di Agropoli se si è consentito che la sua storia personale e politica continuasse a infiltrarsi nelle istituzioni, se in una lista a suo sostegno il candidato sindaco ha inserito senza che nessuno fiatasse la moglie di un condannato in via definitiva per camorra. Certo, la signora non è indagata e sarà senz’altro una donna di specchiata moralità. Ma un partito, che ha poco più di dieci anni di vita ed era nato per riunire la sinistra e attuare l’autoriforma della politica, avrebbe dovuto tenere separati mondi diversi, lontani e incomunicanti. Per prudenza, per decoro, per potersi dire credibile, per attrarre nuove forze, per snidare talenti e soprattutto per non perdere elettori.
Franco Alfieri farebbe bene a dimettersi, ma spiace un po’ doverlo dire. Soprattutto per un motivo. Egli non doveva proprio trovarsi nelle attuali condizioni. Qualcuno, che pesa gli uomini a suon di voti, comunque essi arrivino, avrebbe dovuto dirgli di attendere, anziché promuoverlo in posti di responsabilità a fronte dell’addensante ombra del dubbio che lo avvolge da anni. Ed è su questo “qualcuno” che la sinistra deve interrogarsi, perché potrebbe essere proprio qui – nelle articolazioni ultraventennali di un potere fortemente clientelare e cinico – che si esprime l’impossibilità della riforma e del rinnovamento di un partito muto rispetto alla verità. Ragion per cui, se Alfieri si farà da parte, come gli ha chiesto Franco Roberti (voce nel deserto), dovremo riconoscergli perlomeno un merito: sarà stato lui a salvare, sul piano della residua immagine, una realtà senza più volto e senza scuorno. Se ciò non accadrà, vorrà dire che Zingaretti è un segretario nato già morto, con il rischio conseguente che l’aspirazione alla trasparenza dei progressisti si orienti verso l’opposizione giustizialista presente nella compagine di governo. E sarebbe un vero peccato. Il ragionamento sul caso Alfieri così articolato può apparire aspro, ma non incrina di un millimetro il principio di garantismo e l’ossatura dello Stato liberale. Al contrario, potenzia entrambi, perché l’aspirazione a una politica non padronale è la precondizione per la cittadinanza attiva. Se manca questa, non c’è né Stato liberale né democrazia.