Allahu akbar ovvero “Iddio è il più grande”

L’affermazione non ha legami diretti col terrorismo e indica l'unicità del dio musulmano e la sua ineluttabile superiorità alla quale ci si abbandona

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Iddio, e non dio, perché questa parola è – dal punto di vista linguistico – un peculiarissimo agglutinarsi dell’articolo determinativo al (ال) e della parola ilah (إله), “dio, divinità”.
La qual cosa è sottintesa nella Shahāda, ovvero la professione di fede dei musulmani, in cui si dice: la [non c’è] ilah [una divinità] illa [se non] Allah [Iddio], una frase che letteralmente suonerebbe: “non c’è dio se non Iddio” e che potremmo rendere con un “non c’è altro dio all’infuori di Dio (Allah)”. Il Dio musulmano è “la divinità”, l’unica esistente e la parola usata per indicarlo ce lo ricorda benissimo.
Potremmo darne una spiegazione storica molto stringata: l’Islam nasce in un ambiente principalmente politeista e afferma il monoteismo con una forza prima sconosciuta anche in rapporto alle altre due religioni abramitiche.
Il che ci porta alla seconda parola della frase: akbar, superlativo di kabir, grande.
Il verbo essere in arabo al presente si omette, quindi: Iddio è il più grande.

Un’espressione sulla quale gli equivoci linguistici e le false interpretazioni prevalgono al punto da deprivarla del senso

L’operazione di dire Allahu akbar in arabo si definisce con una parola: Takbir, che letteralmente vorrebbe dire “rendere grande, ingrandire”. Ora, possiamo tradurre Allahu akbar come “Dio è il più grande” ma dobbiamo tener conto che questa è una approssimazione, non del tutto peregrina ma un’approssimazione. In particolare non registra un dato che appartiene nel profondo all’Islam: l’affermazione della definitiva unicità del dio musulmano, della sua “solitudine”, della sua ineluttabile superiorità alla quale il musulmano si abbandona.
L’espressione viene usata dai fedeli all’inizio delle preghiere, nelle cerimonie del pellegrinaggio, all’inizio dei riti religiosi. In generale viene usata dai musulmani in qualunque momento della loro vita per esprimere differenti sentimenti, e anche come esclamazione per le situazioni più quotidiane. Certo, qualcuno può usare questa espressione per sottolineare la radice religiosa di un gesto che compie, ma molto più spesso Allahu akbar rappresenta un’invocazione generica, una sorta di “monito” automatico che un musulmano qualsiasi, anche il meno solerte, inserisce nel suo modo di parlare da quando è nato. Un’invocazione, molto simile a frasi ricorrenti presenti in altre religioni tipo “Dio padre onnipotente” o “Alleluja”.
Oggi questa espressione è ripetuta dai terroristi, prima di un attentato e nell’immaginario comune ha ormai un’accezione negativa, seppure molte dichiarazioni emanate dalle autorità musulmane di tutto il mondo, la considerino un’offesa a Dio stesso, una bestemmia.
L’espressione Allahu Akbar è stata utilizzata anche politicamente e fuori dal suo contesto originario: da Saddam Hussein sulla bandiera dell’Iraq, da Gheddafi come titolo dell’inno nazionale libico o dai manifestanti di Sidi Bouzid, senza che a nessuno venisse in mente di dire che la rivolta tunisina, che ha dato il via alla così detta Primavera araba, avesse radici religiose.
Il legame tra l’espressione Allahu akbar e il terrorismo quindi, è molto meno diretto di come siamo abituati a pensare e con significati più ampi, sfaccettati, antichi e innocui.