Alle prossime elezioni la sinistra non si divida sul governatore

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Certamente non a caso, ma per una giusta percezione del momento storico, domenica 28 giugno scorso, su due dei maggiori quotidiani nazionali, sono apparsi due articoli estremamente lucidi, di Luciano Violante e Vladimiro Zagrebelsky, che denunciano la gravissima crisi della democrazia rappresentativa segnata dal forte depotenziamento del Parlamento e dallo straripante potere dell’esecutivo.
Un processo in atto almeno da più di vent’anni, che si è accompagnato al progressivo venir meno della funzione dei partiti politici come luoghi di mediazione tra società civile e istituzioni. Ma un processo che è esploso con grande evidenza proprio nella situazione attuale determinata dalla pandemia. Come Luciano Violante ha indicato in modo estremamente preciso, il processo di deparlamentarizzazione del sistema politico si è attuato con il ricorso sempre più frequente ai decreti leggi e alla posizione della questione di fiducia, che evidentemente pone fine a ogni significativo confronto tra maggioranza e opposizione, non solo, ma nega la possibilità di revisione, di perfezionamento, dell’elaborazione legislativa, all’interno della stessa maggioranza.
Da ultimo si è pericolosamente affacciato l’impiego di decreti leggi del presidente del Consiglio, sempre meno controllabili da parte del Parlamento.
Tuttavia, mentre nell’articolo di Zagrebelsky ci si ferma alla impietosa descrizione della situazione di degrado del Parlamento, nel suo articolo Violante affaccia alcuni correttivi al funzionamento del Parlamento molto interessanti.
Quali la fissazione di un termine preciso per il voto relativo ai vari provvedimenti o anche la già proposta revisione del bicameralismo puro, ma soprattutto propone un rilancio dell’azione politica del Parlamento e più in generale della politica come tale. Insomma, detto in termini diversi, non sembra voler accettare passivamente il trasformarsi della politica in amministrazione, con il primato dell’esecutivo, che può sempre aprire la strada a forme di autoritarismo e di totalitarismo. E in questa sua proposta di rilancio della politica parlamentare si avvale del ricorso alla teoria del compromesso come nucleo dell’attività politica. “Il Parlamento ritorna sovrano – egli scrive – quando riesce a costruire la sintesi attraverso il compromesso tra le diverse posizioni, non quando sventola cartelli”. Il Parlamento, con le sue articolazioni, dovrebbe essere infatti il luogo in cui si operano le necessarie mediazioni tra i vari interessi della società che i parlamentari e i partiti rappresentano. Dovrebbe essere il luogo del “compromesso” e non il luogo della contrapposizione frontale, della separazione che non ammette dialogo. Senonché molti ritengono il compromesso come un atto negativo, immorale. Molto opportunamente Violante rivaluta la teoria del compromesso come forma razionale, ragionevole, della politica, compito stesso della politica. E si aggancia a due citazioni una di Ratzinger e l’altra di Amos Oz. A questo punto non ho potuto non pensare ad uno dei miei “auctores”, il teologo e filosofo della storia, Ernst Troeltsh, politicamente impegnato negli anni del primo dopoguerra, della rivoluzione di novembre e della nascita della Repubblica di Weimar, nelle file del Partito Democratico. Secondo il pensiero etico-politico e di filosofia della storia di Ernst Troeltsch, il concetto di compromesso (Kopmpromiss) ha una radice antropologica, di ontologia dell’umano, e costituisce una fondamentale categoria dell’etica, della politica, della filosofia della storia, indicante la necessaria mediazione tra ideale e reale, tra valori e fatti, tra progetti e realizzazioni, e insieme la consapevolezza della pluralità dei punti di vista, che caratterizza la modernità e la democrazia, e della necessità della ricerca di una sintesi tra essi come nucleo portante del pensiero democratico. Purtroppo, nella cultura politica italiana il termine compromesso fin dagli inizi del Novecento ha assunto un significato negativo, di mediazione al ribasso, di trionfo dei particolarismi, degli opportunismi. Vi ha anche contributo su un piano di filosofia della storia e di filosofia politica Benedetto Croce, che non ha compreso il nesso tra compromesso, mediazione, equilibramento razionale, giustizia. È questo il senso alto, dialettico, che ha il concetto di compromesso come luogo della necessaria sintesi del presente tra i diversi sistemi normativi, tra le diverse posizioni sociali, i diversi ideali, i diversi interessi. Come realizzare una sintesi tra posizioni diverse se non promettendosi reciprocamente (com-promesse) di rispettare le proprie posizioni e cercare di volta in volta la possibile sintesi, sempre modificabile, mai definitiva? Purtroppo invano Ernst Troeltsch nei primi anni di Weimar ha sostenuto fortemente il “compromesso” tra borghesia e proletariato come unica via di uscita dalla crisi politica e per la realizzazione di una moderna democrazia parlamentare. Le cose andarono diversamente, prevalsero le chiusure particolaristiche e la Repubblica di Weimar, malgrado si fosse atteggiata piuttosto come democrazia presidenziale, andò incontro alla propria fine, e il Parlamento si consegnò allo “stato di eccezione”, al partito della forza, della violenza, ai “pieni poteri” del leader nazionalsocialista. Certamente la nostra sia pur grave crisi della democrazia rappresentativa può ancora essere affrontata e, forse, superata, attraverso un nuovo assetto, non solo procedurale, ma anche strutturale, istituzionale, in cui però, come ha giustamente ricordato Violante, non può mai venir meno il metodo del “compromesso”, cioè l’impegno della ragione e della giustizia.
E a questo riguardo voglio richiamare l’attenzione sul fatto che soprattutto la sinistra, in quanto portatrice in prima istanza degli interessi dei ceti più deboli, deve saper attuare il metodo del compromesso nella società, sul piano economico e politico, e nella situazione italiana attuale tentare di attirare nel ragionevole compromesso le forze non sovraniste, non populiste, disponibili (penso a una parte dei cinque stelle).
Ma è anche al suo interno che la sinistra deve sapersi presentare unita, pur nelle differenze, specialmente agli appuntamenti elettorali, a cominciare da quello, imminente, delle elezioni regionali. Senza scendere nei particolari, mi chiedo, in Campania, che senso può avere presentare più candidati governatori nell’area di sinistra? Comprensibile, anzi auspicabile, più liste, ma non più candidati governatori.
Non è più razionale trovare “compromessi” programmatici intorno ad un unico candidato in grado di battere la destra e realizzare il programma comune?

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)