Ambientalismo e malapolitica

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Negli anni Settanta del secolo scorso alcuni studiosi di ispirazione socialista entrarono nella storica contrapposizione tra capitale e lavoro sostenendo che anche la questione ambientale fosse diventata basilare e che in pochi decenni essa avrebbe avuto un peso enorme nello scenario politico dei singoli Stati-nazione e delle organizzazioni politiche europee e mondali. Possiamo dirlo a posteriori con piena cognizione di causa: si trattava di una previsione corretta. Eppure quel grido d’allarme rimase nell’immediato inascoltato e fu molto ostacolato, ritenendo che fosse l’ennesimo pretesto per creare una nuova sterile contrapposizione ideologica tra i fautori dello sviluppo e i nostalgici del mito del buon selvaggio.

Troppe volte la politica si è contrapposta alle ragioni dell’ambientalismo per garantire un cieco capitalismo

Doveva vincere il progresso, doveva affermarsi il capitalismo, non si potevano disturbare le industrie che stavano continuando a portare profitto e posti di lavoro nel mondo occidentale. Per questo motivo, occorreva quasi far finta di niente, chiudere entrambi gli occhi sull’inquinamento dell’aria, delle falde acquifere, dei corsi d’acqua e dei mari, sulle nubi tossiche, sulle polveri sottili, sull’aumento “inspiegabile” delle malattie e dei decessi dovuti all’incremento smisurato di quell’inquinamento. E questa omertosa regola ha costituito il sale dello sviluppo economico in Italia (ma non solo), perché tacere sulle conseguenze dell’industrializzazione significava salvaguardare i posti di lavoro e consentiva alla politica dei partiti di area governativa di consolidarsi al potere, di creare reti clientelari, di sistemare amici, di finanziare col danaro pubblico nuove imprese senza sottoporle, di fatto, al rigido controllo che esse avrebbero dovuto avere sul piano ambientale, senza violentare la natura e senza pensare alla salute dei cittadini. L’Occidente ha fatto scuola, e così anche gli Stati Uniti, la Russia e la Cina hanno finito per entrare nel medesimo schema, secondo il quale occorreva proteggere sempre l’occupazione, le imprese, il profitto, superando la storica e ideologica frattura tra capitale e lavoro a beneficio di un benessere sempre più diffuso, di un PIL in costante crescita e via discorrendo. Gli ambientalisti hanno perso per decenni, sono stati emarginati, ghettizzati, arrestati, bastonati e condannati quando alzavano il tiro della protesta, cercando di scuotere il mondo dal torpore e dal disinteresse. Ma col passare del tempo quei pochi coraggiosi degli anni Settanta sono diventati mille, poi diecimila, poi un milione; oggi il movimento mondiale per la salvaguardia dell’ambiente in tutte le sue sigle possibili rappresenta il primo partito del pianeta: il partito della consapevolezza, lo definisco. Gli ambientalisti avevano dunque ragione e oggi la scienza li supporta a dovere, anzi, fornisce strumenti di analisi tali da renderli inattaccabili e determinati. Ma, là dove vince l’ambientalismo continua a perdere la politica, che il salto di qualità non l’ha mai immaginato, eccezion fatta per i paesi scandinavi, da sempre all’avanguardia sulle questioni ecologiche.

Con il nuovo presidente americano le istanze dell’ambientalismo hanno subito una grave penalizzazione

La politica non ha rinnovato i suoi modelli culturali ed economici di riferimento, anzi, ha fatto di peggio: ha introdotto le categorie ambientali nei programmi elettorali, ma, di fatto, non ha mai smesso di parteggiare per le imprese che danno lavoro, disinteressandosi delle gravi questioni ambientali connesse. Ma anche a livello mondiale la situazione continua a presentare gravi contraddizioni. A fronte di una consapevolezza per le questioni ecologiche cresciuta in modo esponenziale, anche nell’ultimo incontro sul tema (il Cop24) tenutosi a Katowice, in Polonia, la politica ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue lacune. Molto è dipeso da Trump e dal suo modello liberista (all’interno del suo paese) e protezionista (verso tutto ciò che non è americano), dalla sua totale politica filo-industriale e sovranista, attenta solo al richiamo del profitto e del tutto insensibile al grido d’allarme che ormai avvolge il mondo intero. Sicché questi incontri mondiali sono costantemente svuotati di significato, le agende di lungo periodo restano quasi libri dei sogni e sovente Trump, e altri come lui, le rinnegano e le cancellano. Dobbiamo affidarci a Greta Thunberg, allora, attivista svedese di soli 15 anni, e che non ha avuto timore di parlare al cospetto dei grandi del pianeta sordi e annichiliti dalle sue denunce. Lei non vuole che le si rubi il futuro. Ha le idee chiare e si batterà per affermarle. Io sto con lei.