Cronache di un secolo fa: le amministrative del 1920 furono terreno di scontro a Salerno tra nittiani e giolittiani
Amendola-Camera, duello tra notabili nella crisi dei liberali

Le consultazioni si svolsero in un clima di grande tensione. L'episodio più grave si registrò a Monte San Giacomo, dove un sostenitore amendoliano fu ucciso nel corso di una rissa durante un comizio

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Giovanni Amendola, al centro della fotografia; alla sua sinistra, il figlio Giorgio, futuro dirigente del Pci

«Dovunque è il partito del medico condotto contro quello del farmacista, o del segretario comunale contro quello del maestro fiduciario: una lotta di feudalismi per impadronirsi del municipio e di là favorire i fedeli ed opprimere gli avversari. Tutta la lotta è, dunque, intorno alla cassa del Comune, e, poiché essa si svolge entro l’orbita delle leggi dello Stato, finisce quasi sempre per rasentare il Codice penale e sugli addebiti amministrativi la Prefettura riesce ad innestare una serie di ricatti legali a favore dei partiti dominanti. È perciò che tutti i partiti meridionali sono, per lo meno tendenzialmente, ministeriali. Se essi sono al potere debbono essere ministeriali per evitare le noie delle inchieste amministrative, se, invece, all’opposizione, aspirano al favore del Governo per poter detronizzare gli avversari, e sottoporli al vaglio dell’esame degli atti amministrativi». Così il 23 ottobre del 1923 Guido Dorso, su “La Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, descriveva la situazione politica nel Mezzogiorno a cavallo tra l’eclissi del giolittismo e l’avvento del fascismo. La dinamica di uno degli ultimi turni amministrativi “liberi” prima della lunga parentesi della dittatura – nell’autunno del 1920, cent’anni fa esatti – confermava, a Salerno e provincia, l’analisi dell’intellettuale irpino. Lo schieramento liberale era spaccato in due grossi tronconi, facenti capo ad altrettanti leader. Accomunati dal nome di battesimo, ma profondamente divisi: il nittiano Giovanni Amendola e il giolittiano Giovanni Camera. A determinare il rispettivo peso politico era l’estrazione territoriale, con Amendola, sarnese, molto forte nell’Agro nocerino, mentre Camera, padulese, era presente soprattutto nell’area sud della provincia salernitana. La pattuglia dei deputati liberali eletti nei collegi salernitani alle elezioni del 1919 si completava con Giovanni Cuomo, salernitano, che sarebbe stato ministro della Pubblica Istruzione alla caduta di Mussolini, nel II governo Badoglio del 1944, Andrea Torre, crispino, titolare dello stesso dicastero negli esecutivi Nitti I e II, giornalista di vaglia (fu tra i fondatori del Mondo, responsabile della sede romana del Corriere della Sera, opinionista del Messaggero e, infine, sotto il fascismo, direttore de La Stampa di Torino), originario di Torchiara e Clemente Mauro, uno dei più noti avvocati del capoluogo, già presidente della deputazione provinciale dal 1905 e del consiglio dal 1914 al 1924.

Le elezioni amministrative dell’autunno del 1920, videro in tutta Italia una netta affermazione dei socialisti e dei popolari (partito nato solo un anno prima), che sommati, conquistarono il 44% del totale dei municipi. Il declino, ormai inarrestabile, della classe dirigente liberale, costretta a rifugiarsi nei “blocchi d’ordine” costituiti e subito egemonizzati da ex combattenti, nazionalisti e fascisti in funzione antisocialista, passava anche attraverso questa emorragia di consensi, che tuttavia al Sud era meno accentuata rispetto alle altre aree del Paese per la particolare composizione della società meridionale. La provincia di Salerno si iscriveva perfettamente in questa linea di tendenza, molto avara di soddisfazioni per le due grandi organizzazioni politiche di massa, a loro volta profondamente divise al loro interno: i socialisti tra massimalisti, riformisti e rivoluzionari, i popolari tra filosocialisti e filoliberali. In questo contesto, le elezioni non potevano non trasformarsi nell’ennesimo capitolo del regolamento di conti in atto da anni tra Giovanni Camera e Giovanni Amendola, futuro martire antifascista. La forte rivalità tra i due esponenti liberali rese incandescente il clima elettorale in molte realtà locali. La campagna elettorale si svolse in un clima di violenza crescente. L’episodio più grave avvenne a Monte San Giacomo, nel Vallo di Diano, un comune che rappresentava una piccola “enclave” amendoliana proprio nel cuore del “feudo” elettorale di Camera. Nel mese di giugno, il partito della Democrazia Liberale” di Amendola, aveva “conquistato” il Comune con un commissario prefettizio amico. Ma, nel giro di poche settimane, con un colpo di mano, Giovanni Camera era riuscito a convincere il Prefetto di Salerno a reintegrare il commissario precedente, suo fedelissimo. L’episodio surriscaldò gli animi, trasformando la disfida elettorale d’autunno in uno scontro permanente e acceso tra le due fazioni. Il culmine fu raggiunto il 12 ottobre, nel corso di un comizio di Camera. Mentre il deputato parlava, sotto il palco scoppiò una violenta rissa trai suoi sostenitori e i seguaci di Amendola, che erano in numero maggiore. Ad avere la peggio, però, fu proprio uno di essi, un contadino, Giovanni Buono, colpito a morte da un seguace di Camera, Berengario Di Mieri. Le tensioni maggiori si registrarono nell’Agro nocerino-sarnese, unico territorio della provincia, peraltro, in cui i socialisti (che in quel turno amministrativo conquistarono il municipio di Nocera Inferiore) riuscivano, grazie a una presenza organizzata, a essere competitivi coi partiti del blocco d’ordine e coi popolari sul terreno del consenso. A San Valentino Torio, lo scontro tra le famiglie dei Formosa, storicamente antiamendoliani e avvicinatisi ai popolari in occasione delle amministrative, e dei Frigenti, fu molto cruento, richiedendo al prefetto l’invio di un vicecommissario di PS. Le elezioni si svolsero il 10 ottobre e verso mezzogiorno, quando cominciò a farsi largo la percezione che i Formosa fossero in vantaggio, i sostenitori dei Frigenti, scesero in strada con fucili e randelli. Accusavano il sindaco uscente di aver fatto rinchiudere a casa sua alcuni di loro per poi farli accompagnare alle urne da uomini di sua fiducia. A San Marzano sul Sarno il segretario comunale, schierato a favore degli amministratori uscenti, legati a Giovanni Amendola, fu accusato da un consigliere di minoranza di non distribuire i certificati elettorali e di minacciare gli avversari rifiutando il rilascio delle tessere per il pane. E nella stessa Sarno, il deputato liberale dovette fronteggiare una vera e propria rivolta. Il suo gruppo si spaccò in due fazioni, e alla fine i suoi fedelissimi persero le elezioni e il controllo del consiglio comunale. Nel capoluogo fu costituito invece un fascio liberale, che raccoglieva quasi tutti gli esponenti dei “partiti d’ordine”, che si allearono nel timore un successo dei socialisti. I sostenitori di Camera del capoluogo (che in quelle elezioni si aggiudicarono anche il Comune di Eboli) si erano dati da fare costituendo una “sezione democratica”, di cui era segretario politico Giuseppe Mattina e membro Enrico Chiari, futuro fascista, e una sezione del partito socialista riformista, grazie all’iniziativa di Settimio Mobilio, a sua volta futura camicia nera. Il fascio liberale patrocinato da Camera e avallato dallo stesso Amendola conquistò 32 seggi su 40, eleggendo sindaco l’avvocato Francesco Galdo, che era stato segretario generale del Municipio. L’unità dei liberali era salva, ma la città aveva fatto un altro passo, probabilmente decisivo, verso il fascismo.

Da “Il Quotidiano del Sud – L’Altra voce della tua città” del 3 novembre 2020