Aporie dei convegnisti veronesi

Sarebbe interessante conoscere la reazione dei partecipanti nell’ascoltare la liturgia della Parola di questa domenica che propone la parabola del figlio prodigo con la quale Gesù sollecita la riconciliazione come impegno a vedere la vita con gli occhi di Dio

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Il Congresso Mondiale delle Famiglie presenta un carattere ideologico discriminatorio; esalta un contesto culturale e tradizioni religiose che richiamano un sistema gerarchico conferma della violenza culturale di questa idea. Gli organizzatori intendono esaltare un movimento internazionale di destra che annovera sessisti, omofobi, razzisti, antifemministi, tra i quali si distinguono esponenti del white nationalism statunitense, omologhi russi e Steve Bannon. In questa occasione il tema della famiglia è diventato un pretesto per un partito pronto a strumentalizzare ogni cosa pur di emergere nelle urne. Manca l’ottica evangelica. S’intende stigmatizzare negativamente per ripristinare, sovente a parole senza una coerente testimonianza di vita, un modello chiuso e arretrato utilizzando la retorica patriarcale che non corrisponde all’insegnamento cattolico sulla donazione reciproca e paritaria dei coniugi. Così si manipola, travisando, Vangelo e Magistero. Sarebbe interessante conoscere la reazione dei partecipanti nell’ascoltare la liturgia della Parola di questa domenica che propone la parabola del figlio prodigo con la quale Gesù sollecita la riconciliazione come impegno a vedere la vita con gli occhi di Dio, il quale prende l’iniziativa perché è Padre che infonde amore.
Prodigo è l’amore del Padre, non permissivo o autoritario. Invece ci si comporta in questo pessimo modo quando non si è capaci di essere realmente genitori e instaurare con i figli rapporti che implicano il dialogo e il rispetto della libertà. È un invito a fermarsi come Gesù nei pressi di un pozzo situato nella detestata Samaria, dove egli intesse il colloquio con una donna che vi attinge acqua. Di lei non conosciamo il nome, ma sappiamo che la sua fragile esistenza è segnata da un evidente tormento perché incapace di relazioni stabili, infatti, ha avuto cinque mariti! Facile intravedere la portata anche simbolica dell’episodio. Di fronte sono l’umanità, rappresentata dalla donna sperduta nel suo confuso quotidiano, e Cristo. Il dialogo tra i due prende le mosse da una situazione esistenziale che dovrebbe far emergere l’incomunicabilità a causa delle differenze religiose. Ma il metodo dialogico di Gesù supera anche questo ostacolo; alla fine egli trasforma un pozzo di acqua stagnante nell’esperienza di acqua viva che sgorga da una fonte inesauribile. È lo stile di Gesù: prende per mano e trasforma una radicata opposizione in liberante curiosità che genera sorpresa, dalla quale emerge lo stimolo a pensare, percorso dell’anima che si conclude con un abbraccio di condivisione d’idee e di vita. In tal modo si genera ammirazione e, di conseguenza, il bisogno di testimoniare: un crescendo vincente rispetto ai muri eretti da stili cultuali diversi o da teologie di scuola che si combattono.

La IV domenica di Quaresima nella trasfigurazione pittorica

Il padre della parabola é soltanto padre, costante riferimento nella vita del figlio nonostante gli smarrimenti e le fughe di quest’ultimo. Egli non attende in casa che il figlio ritorni; con Gesù va nella casa dei peccatori e mangia con loro, un modo di fare che provoca lo sdegno dei benpensanti, occasione della parabola. L’evangelista precisa che il figlio minore considerava la casa una prigione, la presenza del padre ingombrante, l’andar via libertà. Egli si converte non perché decide di lavorare in casa come salariato, ma per aver capito che vi si sta meglio; il suo ritorno non è un prezzo da pagare, ma mentalità da cambiare; da qui il contrasto col fratello maggiore, monumento di fredda e sterile inappuntabilità. Burocrate della virtù, egli conserva un distacco interiore e affettivo espresso con le parole: “questo tuo figlio” – miscuglio di ironia verso il padre e disprezzo per il fratello – mentre il padre cerca di ravvivargli l’amore ricordando che a ritornare è suo fratello. Finché persiste una spavalda sicurezza, mai incrinata dal dubbio, è impossibile la conversione. Il figlio maggiore pensa che peccato sia dilapidare le sostanze, non l’essersi allontanato da casa, dove egli è rimasto ma con l’animo del mercenario convinto che fuori si stia meglio. La sua è la fedeltà del servo, non sa gioire; nel fratello non vede un povero da salvare, ma un fortunato da punire.
Chi é impegnato a stringersi al petto il rotolo della Legge, pronto a difendere le situazioni che ad essa si richiamano, perde la grande opportunità di abbracciare il Padre prodigo di amore, di farsi caricare sulle spalle dal buon pastore, di gioire per la perla ritrovata. Al papa, oggetto d’implicita contestazione dei militanti politici che hanno strumentalizzato il congresso a Verona, è dovuto un grazie corale perché ha rilanciato nella chiesa l’insostituibile missione di ospedale da campo e ha donato all’umanità la tanto necessaria speranza di misericordia. Con ferma gentilezza egli ignora l’animosità d’illusi integralisti e l’acida acredine di atei devoti, che si segnalano per la fatuità di una miscredente devozione per nulla impegnata a creare legami, comunione, accoglienza. Capaci solo di diffondere gelo, costoro non sanno cogliere i necessari rimedi ai segni dei tempi che insidiano il futuro dell’umanità. Crisi economica, emergenze antropologiche, angosce generate dal terrorismo, aporie della società liquida, un confuso quadro internazionale possono rinvenire un probabile riscatto nella predisposizione alla misericordia, missione del cristiano.