Arriva il 5G, tanti timori e Montecorice farà da “cavia”

La quinta generazione delle connessioni è una realtà, ma si parte prima ancora che la comunità scientifica sia sicura che le antenne non provochino danni irreparabili

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Il 5g in Italia è già una realtà. Sono cinque le città in cui è partita la sperimentazione: la Vodafone a Milano, la Wind a Prato e l’Aquila, la Tim a Bari e Matera. La quinta generazione delle connessioni dati non è soltanto un miglioramento delle connessioni, non è solo un aumento di velocità, si tratta di un avanzamento qualitativo più che quantitativo che ci condurrà all’Internet of Things, l’internet delle cose tutte connesse, alle Smart City e a molte applicazioni che promettono miglioramenti essenziali anche in campo medico.  Si avrà una vera e propria mappa digitale del mondo in tempo reale in cui tutti gli oggetti diventano intelligenti perché trasmettono dati in modalità wireless. Una rete di piccole antenne, poste a distanza ravvicinata sugli edifici, coordinate da una grande antenna centrale saranno la rete fisica per il raggiungimento dell’obiettivo europeo del 2020.
Gli attori coinvolti in questa rivoluzione sono tanti. Il Ministero dello Sviluppo Economico in primis, che punta sugli ampi margini di crescita promessi dalla digitalizzazione di vari settori economici: dai trasporti all’industria, all’agricoltura, alla cultura, alla scuola, alla sanità, al turismo, all’ambiente e che a tale scopo ha pubblicato, nel maggio dello scorso anno, un bando per l’assegnazione di 1275 MHz di spettro nelle bande pioniere per il 5G attuando il 5G Action Plan europeo. La gara per le frequenze 5G ha prodotto per lo Stato un incasso record di 6,5 miliardi di euro, un impegno economico delle compagnie telefoniche, i soggetti più interessati alle promesse in termini economici della rivoluzione digitale, che si sono aggiudicate la gara e che dunque premono per la concretizzazione dei progetti per poter rientrare degli investimenti fatti. Ci sono però delle problematiche da risolvere, oltre che tecniche, di tipo legislativo. Il primo limite riguarda i limiti dell’esposizione ai campi elettromagnetici; l’ICNIRP, Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, ha stabilito dei valori massimi e i vari Paesi hanno applicato autonomamente i propri limiti: l’Italia è tra le più cautelative e stabilisce un limite di 60 Volt/metro ed in particolare per gli edifici in cui la permanenza è più lunga (non inferiore alle 4 ore) come case e scuole, la soglia scende a 6 Volt/metro, superata solo dal Belgio che è la nazione con le soglie più basse. L’ente di controllo di tali misure è l’ARPA, che coordina campagne di misura dell’elettromagnetismo a campione in diverse località italiane o su richiesta delle autorità locali o della popolazione.
I valori si riferiscono ad una media giornaliera, il che vuol dire che ci sono momenti della giornata, per esempio orari di punta in luoghi molto affollati, nei quali i valori forniti dalle misurazioni sono di molto superiori ai limiti stabiliti. Il problema è molto stringente, da tempo la comunità scientifica ha richiamato l’attenzione sulla questione, sottolineando che le attuali linee guida sono basate su parametri irrealistici e che gli effetti sulla salute sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli evidenziati.  Il gruppo di ricerca dell’Istituto Ramazzini di Bologna coordinato dalla dottoressa Fiorella Belpoggi ha condotto uno tra i più importanti studi sulla questione, giungendo a conclusioni molto simili a quelle di un altro importante studio americano del National Toxicology Program: non si tratta solo di effetti correlati al riscaldamento cellulare, come finora dichiarato, ma di correlazione diretta all’insorgenza di tumori. Dal momento che la nuova tecnologia esporrebbe la popolazione a valori di gran lunga più elevati, la comunità scientifica internazionale ha sottoscritto una moratoria contro il 5g, sono più di 180 i firmatari che chiedono di bloccare la sperimentazione appellandosi al il principio di precauzione UNESCO adottato dall’UE nel 2005 che recita  “Quando le attività umane possono portare a un danno moralmente inaccettabile, che è scientificamente plausibile ma incerto, si dovranno intraprendere azioni per evitare o diminuire tale danno” e alla Risoluzione 1815 del Consiglio d’Europa del  2011 che riporta “Prendere tutte le misure ragionevoli per ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici, in particolare alle radio frequenze dei telefoni cellulari e in particolare all’esposizione ai bambini e ai giovani che sembrano essere maggiormente a rischio per i tumori della testa … L’Assemblea raccomanda vivamente di applicare il principio ALARA (così basso come ragionevolmente raggiungibile) che copre sia i cosiddetti effetti termici, sia gli effetti atermici [non termici] o biologici delle emissioni elettromagnetiche o delle radiazioni “e” migliorare gli standard di valutazione dei rischi e qualità “.
Ma la sperimentazione procede, una delibera AgCom ha stilato una lista di 120 comuni che dovranno obbligatoriamente rientrare nel piano di ampliamento della rete; in Campania sono 5 i comuni, nella provincia di Salerno è stato scelto Montecorice.

Il sindaco Pierpaolo Piccirilli, intervistato da Salerno Sera, spiega di esserne al corrente: “ho letto dai giornali la notizia ma non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale”, spiega inoltre che è sua intenzione approfondire la faccenda, prima di prendere qualsiasi decisione. Stando alla delibera AgCom del maggio 2018 però si evince che i comuni sono obbligati e che inoltre le compagnie telefoniche che si sono aggiudicate le frequenze sono anch’esse obbligate a sviluppare la rete in almeno il 10% dei comuni con una popolazione al di sotto dei 5000 abitanti.
Il quadro è chiaro: nessuno resterà scoperto. Possiamo accoglierlo, orgogliosi, come un promettente obiettivo programmatico ministeriale oppure, timorosi, come la minaccia dell’impossibilità di sottrarsi all’elettrosmog.
Attualissima, di fronte a questo dualismo, la prospettiva filosofica di Hans Jonas che si chiede e ci chiede “Siamo sicuri che lo scopo dell’umanità è l’autoconservazione? Siamo sicuri che il compimento del nostro destino non sia invece l’autodistruzione?”. Non possiamo saperlo se non quando sarà compiuto ma nel frattempo possiamo fare riferimento al suo “Principio responsabilità”, un’etica razionalista che applica in particolare ai temi dell’ecologia e della bioetica, in cui ci ricorda che nonostante il dubbio escatologico sul nostro destino abbiamo di sicuro il dovere di “evitare il suicidio della specie  che non è in fondo un dovere nei confronti delle generazioni future, che non ci sono ancora e non è detto debbano esserci,  ma è un dovere nei confronti del nostro essere e del suo fondamento”.
Fondare un’etica basata sul “dovere della paura” dei possibili risvolti catastrofici delle nostre azioni e sul “coraggio della responsabilità” è un passo necessario per affrontare e cercare una soluzione politica ai grandi interrogativi posti dalle incredibili possibilità proposte dallo sviluppo tecnologico.
“L’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere. Il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto. Si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valore. Il movimento è inarrestabile, sebbene si sia tentato in grande stile di rallentarlo. Alla fine l’uomo osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l’origine, conosce abbastanza per non credere più in nessun valore; ecco il pàthos, il nuovo brivido. Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli” (F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1887-1888)

Letture:

Hans Jonas, Il principio responsabilità, 1979

Maurizio Martucci  Manuale Di Sopravvivenza Per Elettrosensibili, 2018