Attenti, cancellano l’Italia dei diritti sociali

Dal flusso di idee, valori, lotte e diritti, stiamo passando (e non da oggi) al più bieco riflusso, cioè al ritorno lento e anacronistico al passato

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Ho attraversato gli anni Settanta da adolescente. Sono stato alunno in un buon liceo classico e, dopo, studente universitario a Salerno. Sono stati, quegli anni Settanta, un periodo formativo, di studio, di lotta e di sostanza, di compagni di scuola impegnati e indottrinati, duri e puri come l’acqua cristallina, con i quali si trascorrevano ore a leggere Gramsci o Pasolini e a parlare di rivoluzione e di politica. Per intenderci, sono passato da Giuliana De Sio, tanto ribelle e intelligente, che amava dissacrare il rigore del liceo con l’abbigliamento, la sfrontatezza e i suoi sogni da attrice impegnata, a Michele Santoro e Lucia Annunziata che amavano arringare noi ragazzi universitari per aprirci gli occhi e dare corpo ai nostri diritti. Sono stati anni che ricorderò sempre con piacere e che non analizzo oggi con occhio distaccato, né potrò mai farlo, sebbene non fossi in prima fila.

Il Sessantotto alimenta una temperie culturale che creerà una grande sensibilizzazione sui diritti umani e sociali e darà un colpo duro all’Italietta padronale dei privilegi consolidati

Il mio background culturale e politico è nato lì, in quella temperie, l’ho coltivato, l’ho sedimentato, ma mantenendo un senso di distacco dall’identità di “persona organica al partito e all’ideologia”, coltivando un certo spirito critico (ecco perché mi piaceva tanto Pasolini). Ma condividevo le battaglie sociali, quelle di noi studenti, quelle degli operai, quelle contro la guerra, per la pace, per l’emancipazione delle donne e per il sogno mai sopito di un mondo migliore. Si era, posso dirlo, cerebralmente rivoluzionari. Il flusso di tutte quelle idee, di quei valori, visioni, illusioni, ribellioni e utopie, non è rimasto lettera morta, come vogliono farci credere i bacchettoni puritani del XXI secolo, i borghesucci intellettualoidi o i fautori del totem capitalistico più aggressivo che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto. Quelle idee hanno portato ad una diffusa consapevolezza politica e a battaglie universali tradottesi in leggi fondamentali, per il divorzio e per l’aborto, per il welfare state, per i diritti dei lavoratori e delle donne, per la lotta al principio di autorità, cambiando progressivamente la mentalità di un paese statico, nel quale però era arrivata l’onda lunga del ’68 e degli anni della contestazione giovanile. Sicché il 1968 e gli anni Settanta hanno finito per essere un’unica epoca storica, con mille e più contraddizioni, ma con un fervore irripetibile. La rottura, per me, sono stati gli anni di piombo, in cui la ribellione è diventata morte, dura e spietata, con attentati a giornalisti, giudici, politici, sindacalisti. Il sangue ha finito per macchiare le battaglie per i valori culturali che stavano sgretolando, giorno dopo giorno, una tradizione di ottusità mentali. Il metro con cui si leggono e si analizzano quegli anni è oggi solo quello della violenza, di cui pure si sono nutriti, un criterio di giudizio che ha oscurato e obnubila tuttora le menti degli studiosi, portando molti a disconoscere il valore dirompente di quei valori che hanno sancito la fine dell’Italietta vecchia e conservatrice e la nascita di un’Italia solidale, aperta ed emancipata. Oggi queste parole (solidarietà, diritti, emancipazione) sembrano termini logori, vecchie carcasse lessicali da tenere nella cassaforte dei ricordi. Già, perché dal flusso di idee, valori, lotte e diritti, stiamo passando (e non da oggi) al più bieco riflusso, cioè, al ritorno lento e anacronistico al passato, al dejà vu che si ripropone, che ha riportato i lavoratori ad una sorta di schiavitù senza diritti, alla flessibilità e alla precarietà, che vuole azzerare l’aborto e, tra un po’, il divorzio, che manganella chi osa protestare, scioperare e ribellarsi in nome di un diritto da difendere o di un principio da ribadire. Questa è l’Italia che sta rinnegando tutte le sue conquiste sociali. Il fatto è che dietro quelle battaglie c’era un mondo di solidarietà che si agitava, che prendeva posizione a favore degli emarginati e degli ultimi, ovunque si trovassero. Ed era un mondo che difendeva il Sud e cercava di lenire le sue drammatiche ferite. Il riflusso che si sta agitando cancella parole e annessi concetti: la cultura solidale, i diritti sociali e del lavoro, il welfare, la questione meridionale, l’emigrazione, lo sfruttamento e sta creando uomini e donne peggiori, egoisti e burattini, sfruttati e sfruttatori, prepotenti e violenti, consumatori e consumati. A meno che…