Attila, Macron e il dramma del potere

In politica e nell'arte va sempre più in scena il dramma del potere anziché dell'amore

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Il presidente francese Macron

Mentre a Milano va in scena Attila, dramma lirico che si chiude con l’uccisione finale del tiranno, a Parigi la piazza vuole la testa di Macron che con appena il 24% dei voti (al primo turno), ha dato la sensazione di incoronarsi re di Francia. I due eventi, ovviamente, sono assolutamente diversi l’uno dall’altro, eppure quell’opera di Verdi ci insegna molto sul rapporto morboso dell’uomo col potere. E ci insegna qualcosa sulla rivolta francese.
Nel dramma lirico, andato in scena alla Scala, l’eroina Odabella uccide Attila, vendicando il padre morto per mano degli Unni. Ma, prima che questo avvenga, sembra che si intrecci un rapporto di reciproca attrazione tra lei e Attila, il quale, infatti, intende sposarla. Il libretto dell’opera verdiana è depurato dagli aspetti morbosi che invece caratterizzano la tragedia da cui il libretto è tratto. Una tragedia scritta da Zacharias Werner nel 1818.
Werner era un libertino massone dalla vita dissoluta, lussuriosa, disordinatamente sensuale; una vita decadente, con tre matrimoni e molteplici tradimenti. La tragedia da lui scritta riecheggia le ambiguità del personaggio. Odabella, infatti, non è una innocente eroina, ma, una donna attratta dal potere incarnato in Attila. Accetta di sposare il barbaro e lo salva da un tentativo di avvelenamento. Poi, infine, lo uccide. Prova prima il piacere di salvare l’uomo che l’ama, poi la voluttà di ucciderlo con le sue proprie mani. Non è un dramma dell’amore, ma un dramma del potere. Un dramma emblematico del rapporto dell’uomo col potere. Fascinazione e odio. Identificazione con l’immagine del potente e, poi, scissione e smania di distruzione di quella stessa immagine.
Odabella vendica un sopruso. Ciascuno di noi ha subito soprusi. Ciascuno di noi cerca vendetta. Lì, a Parigi, la gente in strada cerca vendetta.

Trionfo di “Attila” alla Scala alla presenza del presidente Mattarella

Così la fascinazione del potere si rovescia sempre nel suo contrario: l’uccisione del sovrano. Così è sempre stato nella storia dell’uomo. Ricordate Cristo? Prima osannato e poi crocifisso. Gesù comprendeva le dinamiche del potere: “prendete e mangiate questo è il mio corpo, prendete e bevete questo è il mio sangue…” Egli, con questo rito metaforico- cannibalico, rendeva gli apostoli partecipi del suo potere. Preparava l’addio.
Le pulsioni cannibaliche nei confronti del potere si ripetono sempre e dovunque. Sempre e dovunque un potere viene, alla fine, rovesciato.
Ma tutto, oggi, avviene in maniera rapidissima. Tutto viene consumato in maniera sbrigativa. Macron, come Renzi, sembrava avere il consenso del proprio Paese. Poi, rapidamente la loro stella è tramontata. Lo stesso vale per Theresa May. In questo secolo, nelle democrazie occidentali, i popoli creano e divorano le creature del potere con velocità impressionante. Una specie di fame antropofaga spinge a un ricambio continuo. Aspettative e frustrazione delusoria si alternano ritmicamente.
Cosa si vuole?
Le richieste della piazza, in Francia, sono tantissime, ma tutte, o quasi, giuste. Forse utopiche, in ogni caso, tutte fuori dalla visione elitaria della realpolitik.
“Vogliamo tutto” era anche uno slogan del 68’. Utopia, certo. Ma scriveva Steimbeck: “Una stella è impossibile da cogliere, ma se ti illudi di poterlo fare, e allungherai la mano per coglierla, potresti ritrovarti tra le dita lo splendore dolce di una lucciola”.