«L’autonomia differenziata è un’insidia che va assolutamente sventata. Le regioni del Sud, già povere e depresse, potrebbero essere sepolte da un’iniziativa scriteriata che mira a formalizzare un’Italia a due velocità». L’allarme preoccupatissimo lo lancia Franco Tavella, già segretario regionale della Cgil campana e attualmente segretario generale della Cgil Trasporti in Basilicata. Con questo spirito battagliero, Tavella si prepara al prossimo sciopero generale del 24 luglio proclamato all’insegna dello slogan “Rimettiamo in moto il paese”, che riassume la grave situazione attuale ma anche la voglia di riprendere una strada di possibile sviluppo. “Andremo a parlare di rilancio dell’economia e di trasporti, portando la voce di una regione, la Basilicata, che non ha aeroporti, porti e ferrovie e, contro la storia, cerca di sopravvivere – aggiunge, sconsolato, Tavella – aggrappandosi alla gomma, quando in tutto il mondo si aprono nuovi spazio per il ferro e per forme di mobilità moderne e competitive”.

Il conflitto fossile del progetto Tempa Rossa in Basilicata

Procediamo con ordine, Tavella. Perché il discorso sull’autonomia differenziata è considerato dalla Cgil una provocazione inaccettabile per il Sud?
Nel Mezzogiorno viviamo una condizione, che possiamo definire di palese sottosviluppo, aggravata dallo spopolamento che è un dramma della Basilicata e di tante aree interne della Campania, fenomeno che porta con sé, oltre alla disoccupazione, anche una pressoché totale assenza di servizi. Il tutto aggravato dalla mistificazione di numeri e dalle conseguenti analisi. Dico questo, perché i dati diffusi dall’Istat vanno ormai interpretati. Anche 3-4 giorni di occupazione sono considerati “posti di lavoro”, il che contraddice il principio di verità.
La precarietà contrabbandata per occupazione?
Sì, siamo di fronte ad una lettura alterata dei numeri che contribuisce ad una falsa rappresentazione della realtà.

Matera, una capitale praticamente irraggiungibile, in una regione che non ha porti né aeroporti né autostrade

In ogni caso, anche considerando le poche aree di lavoro stabile nel Mezzogiorno, esiste un gap rilevante rispetto alla redditività delle regioni del Nord.
Il reddito medio delle regioni meridionali è la metà di quello del Nord. In una situazione come la nostra, gli effetti dell’autonomia differenziata aggraverebbero ulteriormente una condizione già pesante, contrassegnata dalla riduzione dei trasferimenti ordinari.
Ma i fondi europei avrebbero dovuto avere una funzione equilibratrice?
I fondi europei, peraltro utilizzati poco e male, sono stati spesi in sostituzione delle risorse ordinarie, quando invece erano previsti in aggiunta. Avrebbero cioè dovuto sostenere le nostre regioni per tentare di agganciarle ad altri standard più competitivi. Faccio un esempio: se avevamo 100 di fondi ordinari e 30 di fondi europei, i primi sono stati ridotti a 70 per cui non abbiamo tratto alcun vantaggio dai secondi.

Tra spopolamento e resistenza, il dramma di un Sud dimenticato

I riferimenti delle ipotesi di federalismo, a dieci anni dalla legge Calderoli, continuano intanto a far riferimento alla spesa storica, ignorando i livelli essenziali di prestazioni e i fabbisogni standard dei cittadini.
E questo comporta una ulteriore riduzione delle risorse, che incide sul finanziamento di settori sensibili come la sanità, la scuola e i trasporti. In più cristallizza il gap esistente, perché venendo meno le risorse si riducono anche gli investimenti, in contesti territoriali in cui il deficit infrastrutturale è notevole.
Ci dia qualche cifra.
In Basilicata il deficit infrastrutturale (è il più alto, pur trattandosi della regione meno estesa) è stimato in 22 miliardi di euro e determina un depotenziamento economico notevolissimo, che si traduce in una perdita di chances di investimenti di circa 83 miliardi. In tutto il Mezzogiorno questa stima è di 800 miliardi. D’altra parte, al di là dei dati, la realtà è sotto gli occhi di tutti. Prendiamo Matera, la capitale della cultura: è un’avventura arrivarci con il treno, non c’è una freccia.

Un’immagine-simbolo degli anni in cui fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno

Torniamo un attimo all’ipotesi di autonomia differenziata che tanto seduce il nostro governo.
Perderemo ulteriori risorse in una situazione che è già di per sé penosa. Ma dico io, la Costituzione non prevede solo l’autonomia differenziata, ma anche la difesa dei diritti essenziali dei cittadini, l’attività degli enti territoriali del paese attualmente bloccati dalla crisi. O no? Perché si parla solo della prima? Le classi dirigenti dovrebbero farsi sentire di più, ma purtroppo si va delineando un’Italia in cui spenderà di più chi è più ricco.
Le aziende ancora al lavoro in Basilicata e Campania come reinvestono nei territori i loro utili, ammesso che lo facciano?
Le aziende che operano nel Meridione hanno, in genere, la sede fiscale altrove, così come le banche, eccetto quelle locali di credito cooperativo. L’Agip ce l’ha a S. Donato, la Total in Francia. Sfruttano il Sud, fanno impatto ambientale, risarciscono minimamente il territorio e i loro investimenti avvengono altrove. Perciò, se si considera il residuo fiscale, al danno si aggiunge la beffa.

Un presidio Cgil in Basilicata per il lavoro

Come ne usciamo da questa condizione tragica di povertà e di sfruttamento?
Io penso a grandi investimenti pubblici. Non rimpiango la Cassa per il Mezzogiorno, ma con il suo ruolo attivo recuperammo in termini di produttività e di reddito. Consideriamo che l’alta velocità, di fatto, si ferma a Napoli, che Napoli dista da Bari, in termini di tempo, più di Torino. Sarebbe necessario che le centrali di spesa si coalizzassero in questo grande sforzo.
Intanto, l’illegalità si diffonde e si ha meno fiducia nelle tutele sindacali che, giocoforza, rappresentano maggiormente i lavoratori occupati.
C’è un’oggettiva difficoltà di tutte le forme di rappresentanza. I giovani non hanno più fiducia e contribuiscono allo spopolamento di intere aree andando all’estero, mentre il fenomeno a malapena è bilanciato in vista di investimenti ormai realizzati in tutt’Europa.
Lei è un uomo di sinistra. C’è spazio per un mea culpa?
Vedo ancora possibile un fronte della sinistra a condizione che si riparta dalle oggettive condizioni delle persone e si abbandonino le pratiche di autorappresentazione. Fino ad oggi, nei contesti in cui le persone hanno avuto bisogno di tutele la sinistra è stata debole. Ha saputo essere forte quando non c’era l’attuale necessità di tutelare gli ultimi.

(“il Quotidiano del Sud-l’ALTRAVOCE dell’Italia”/SalernoSera)