Aziz ultimo anche nella narrazione dei media

Non è un problema di crudezza delle immagini, ma di autorizzazione alla loro diffusione, elemento basico della deontologia professionale

0
680

Il divieto di pubblicazioni a contenuto impressionante serve a tutelare la dignità umana.
La dignità di una persona che, suo malgrado, viene data in pasto all’opinione pubblica e finisce in prima pagina, appesa ad una corda.
Aziz ha degli amici, dei conoscenti e dei genitori a cui però non è mai stato chiesto se quella foto poteva essere pubblicata.
Immaginatevi di aprire un giornale e vedere una foto enorme di un vostro amico o familiare impiccato.
No, la maggior parte di noi neppure se lo immagina.
E questo perché il diritto alla riservatezza è uno degli interessi inviolabili della persona.
Non è un problema di crudezza delle immagini, qui il problema sta nell’autorizzazione alla diffusione dell’immagine.
Chi ha pubblicato quella foto ne ha fatto una valutazione di utilità sociale, ritenendo che la stessa dovesse servire a sensibilizzare l’opinione pubblica.
Ma non ha valutato il diritto alla privacy e riservatezza di Aziz.
Se avessi la certezza che Aziz volesse esporre la sua morte in prima pagina, per farne una battaglia ideale, non avrei nulla contro la pubblicazione di quell’immagine.
Se sapessi che i genitori ne hanno autorizzato la diffusione, idem.
Ma si porrebbe, in ogni caso, un ulteriore problema: un giornale finisce nelle mani proprio di tutti, quindi anche dei minori di anni 14.

Il luogo dove Aziz si è suicidato, dove qualcuno ha ritenuto di ritrarlo con il cappio al collo

Immaginatevi un bambino che vede in prima pagina la foto di Aziz, e che non è assolutamente pronto a metabolizzare la crudezza di quell’immagine.
Aziz continua ad essere ultimo, anche nella narrazione dei media.
In fondo, la sua foto con il cappio al collo, doveva solo servire a scioccarci.
Doveva farci riflettere, stimolare un pubblico dibattito.
In realtà, in questi giorni abbiamo parlato della foto, più che del tema migrazioni.
Quindi, quella foto, in che misura ci ha sensibilizzati, se il dibattito pubblico verte sostanzialmente sul tema: foto si, foto no?
La pubblicazione della foto di Aziz si situa al di fuori di qualsiasi dibattito politico e pubblico, poiché la foto si riferisce a dettagli privati, il cui scopo é solo quello di soddisfare la curiosità del pubblico.
I giornali fanno il loro dovere quando scavano nei fatti, quando li esaminano in maniera critica e li approfondiscono. I particolari inutili, morbosi, o che non hanno utilità sociale, non possono e non devono essere pubblicati.
Nel 1986, Gad Lerner decise di condurre un’inchiesta sull’immigrazione e lo fece seguendo la strada più ostica: si infiltrò tra i migranti e visse per giorni immerso in quella realtà, vendendosi assieme a loro nelle frazioni agricole, alloggiando in dormitori che sembrano caverne.
Ad oggi, quell’inchiesta ci fornisce un’istantanea della condizione dei migranti in quegli anni, e questo senza ricorrere ad alcun sensazionalismo.
Probabilmente, tra trent’anni, la foto di Aziz ci consegnerà solo l’immagine di un uomo disperato.
Non è mostrando come si lega un cappio al collo che si stimola la riflessione, così come non si sensibilizza sulla sicurezza stradale pubblicando foto di vittime mutilate.
La verità è che continuiamo a guardare Aziz con lo stesso spirito pietistico e di superiorità morale con cui i coloni guardavano gli indigeni.

*videoreporter