Basta scempiaggini, giù le mani (politiche) dal presepe

Dire che esalti tradizioni nazionali è contro la logica e la stessa storia della nobile e antica rappresentazione natalizia

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Il presepe e il Natale vengono utilizzati sempre più da una parte ampia del mondo politico per fare propaganda. La politicizzazione del presepe è utilizzata soprattutto in chiave anti islamica e anti immigrazione, dando forza ad un messaggio triste, mistificatorio e confusionario. La stessa pretesa secondo cui il presepe sarebbe la massima rappresentazione del cattolicesimo è un impoverimento così assurdo di questa religione da lasciare senza parole. Così come lascia increduli l’idea che sottrarsi alla preparazione del presepe significherebbe essere a sostegno del terrorismo.

Una certa vulgata utilizza il presepe per contrapporre, ma la sua non è una natura divisiva. Anzi

Eppure, queste affermazioni sono state fatte e non da persona qualsiasi. In questo modo si espresse, ad esempio, a Natale del 2016, il capo della Lega Nord Matteo Salvini, per il quale, letteralmente: “complici dei bombaroli, degli assassini e dei tagliagole sono anche quelli che cancellano i presepi dalle scuole, che tolgono Gesù bambino dalle scuole e che si vergognano della nostra storia, della nostra tradizione, della nostra identità, perché un popolo che si vergogna della sua storia è un popolo che si prepara ad essere invaso ed è quello che sta succedendo”.
Di fronte a queste affermazioni va detto qualcosa di preciso.
In primo luogo, va ricordato che nelle società umane, in qualunque luogo e tempo, non c’è nulla di intoccabile. E questo è ancora più vero nelle società di oggi, fondate su velocità e mobilità. Questo non vuol dire affermare l’esaltazione dell’assenza di valori o l’idea secondo cui nulla ha valore. Questo vuol dire, semplicemente, riconoscere la storicità dei fenomeni umani: un concetto semplice, che, però, fa impazzire gli ideologi della tradizione, così come gli innamorati delle cose eterne. Cose eterne che, quando si parla di umanità, non esistono.
In secondo luogo, va evidenziato che il presepe ha una storia. Non è lo stesso da sempre, anche perché quel sempre non esiste.

Le radici della sacra rappresentazione sono medievali e ogni cultura ha evidenziato alcuni tratti, tutti però proiettati verso la comunione fraterna

Le sue origini si ritrovano, infatti, nel Medioevo. Non prima. Né, tanto meno, è lo stesso in ogni parte del mondo. Altrimenti non si parlerebbe di presepe napoletano, catalano, provenzale, peruviano o di altre aree in cui è presente la religione cattolica: presepi, appunto, con caratteristiche distinte, differenti, non omologate.
In terzo luogo, insistere sul presepe come tradizione che esalterebbe un’appartenenza nazionale esclusiva, escludendo le altre appartenenze (nazionali e religiose, comprese quelle di chi non è credente), è contro ogni logica propria del presepe stesso. Il presepe è la rappresentazione della nascita e della sua celebrazione collettiva. Ha in questa dimensione partecipata e sociale, che mette insieme tante differenze, la sua forza. Ed ha nella centralità dei legami vitali la sua intensità. Il presepe per sua costituzione non esclude, non si può fondare sulla logica nazionalistica della separazione tra cittadini e stranieri, tra nazionali e immigrati. Così come non esclude sulla base del colore della pelle o del modo di vestire.
Per verificarlo, basterebbe guardarlo qualche presepe: sarebbe già sufficiente guardare i presepi napoletani.
Bisogna concludere, allora, che chi parla e straparla di presepi, tradizioni e appartenenze, giungendo a parlare della difesa del presepe come atto rivoluzionario, visite ai presepi non ne fa e non è interessato a farne. Né, tanto meno, è interessato a qualche lettura o chiacchierata per capirci qualcosa, troppo impegnato a diffondere odio e idiozie su twitter o facebook.
Buon Natale.