Blockchain e politica: autonomia o controllo

Le applicazioni potrebbero intervenire su due punti cardinali dell’arte politica: la trasparenza e la legittimazione, requisiti che qualsiasi partito politico che aspira a governare un paese deve soddisfare per agire sulla cosa pubblica

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La novità tecnologica del momento, la blockchain, si presta ad essere utilizzata nel mondo della politica.
Sono “tecnologie basate su registri pubblici distribuiti” – si legge nell’articolo 8-ter della legge di conversione del Dl Semplificazioni- «le tecnologie e i protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche, tali da consentire la registrazione, la convalida e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alienabili e non modificabili»
Nell’articolo 19 della manovra si menzionano 15 milioni di euro l’anno per il triennio 2019-2021 dedicati al “supporto operativo e amministrativo” nella ricerca per le innovazioni tecnologiche, l’intelligenza artificiale, la blockchain e l’Internet of things e le loro “sfide competitive per il raggiungimento di obiettivi applicativi”.
Le applicazioni potrebbero intervenire su due punti cardinali dell’arte politica: la trasparenza e la legittimazione, requisiti che qualsiasi partito politico che aspira a governare un paese deve soddisfare per agire sulla cosa pubblica.
Blockchain è oggi un mezzo che un partito politico può utilizzare per strutturarsi adottando nuove formule di partecipazione e coinvolgimento superando la sempre più diffusa diffidenza che proviamo verso “l’altro da noi”. Ciascun individuo si rapporterebbe, senza intermediari, ai decisori pubblici, anzi potrebbe essere lui stesso il decisore.
In una intervista, Davide Casaleggio ha affermato che l’utilizzo della blockchain sarà decisivo per il funzionamento della piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle: “È un’evoluzione che riguarderà anche il voto stiamo lavorando per inserire la blockchain all’interno di Rousseau, come sistema di certificazione distribuito che permetterà a più enti, o più persone, o anche a tutti, di verificare che effettivamente tutto stia avvenendo nel rispetto delle regole e di quello che è stato voluto dalla comunità”. Un sistema di sicurezza per aumentare la protezione dei dati sensibili di migliaia di iscritti al partito che possono decidere la candidatura di deputati e senatori.
La blockchain piace anche alle opposizioni dell’attuale governo giallo-verde, il Partito democratico si appresta a presentare un disegno di legge che mira a “mettere in sicurezza” il voto degli italiani all’estero usando la tecnologia blockchain.
L’impegno legislativo del governo prevede l’emanazione di delle linee guida tecniche da redigere da parte di AGID. Le preoccupazioni politiche sono, così come definite nel paper di Satoshi Nakamoto, che le catene dei blocchi contengono informazioni – personali, scelte, voti, opzioni – crittografate praticamente immutabili ed illegibili tranne che al proprietario : come si fa, in questo registro distribuito, a individuare i titolari o i responsabili di una certa scelta od opzione senza compromettere l’intera catena?
Ma questa difficoltà ad individuare è la base culturale del manifesto cyberpunk fonte ideologica della blockchain: “Privacy is necessary for an open society in the electronic age”. Qui si proietta il termine privacy ben al di là del diritto/necessità di conoscere chi possiede/fa cosa.
Sarà la blockchain applicata alla politica il nuovo paradigma di un umanesimo comunardo o una piattaforma privata costruita con tecnologie che prevedono un super-user con nuove e pervasive modalità di indirizzo e di controllo sulle scelte “autonome” di ogni partecipante/attivista?