Buoni samaritani cercansi

La parabola sembra quasi la cronaca di recentissimi e reiterati episodi nel Mediterraneo, una volta culla di civiltà

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Con una parabola, che esalta la sua abilità comunicativa, Gesù rivela il sublime vertice del suo magistero ricorrendo non a concetti complessi, ma utilizzando pregnanti immagini in brevi racconti. È il caso della notissima parabola del buon samaritano, il quale si ferma per assistere e consolare un uomo sanguinante, solo nel suo dolore fisico e morale, icona di una umanità tragicamente perseguitata da individui oggi ancor più ingessati nella freddezza d’impenetrabili egoismi. I passanti per le tante vie di Gerico del mondo s’imbattono nel dilemma: trasgredire la legge dell’amore verso il prossimo, o quella liturgica del mantenersi puri evitando il contatto col sangue. Quest’ultima è l’opzione più comoda, facile alibi per giustificare il non intervenire e aggirare le responsabilità del dovuto soccorso. Sembra quasi la cronaca di recentissimi e reiterati episodi nel Mediterraneo, una volta culla di civiltà.
Ma così ci si ammala gravemente; la familiarità col sacro non redime perché segno di una religione di facciata e non di vera fede. È una lezione quanto mai necessaria per tanti che devono imparare da individui all’apparenza scarto della famiglia umana, ma pronti ad attivarsi, consapevoli che la compassione vale più delle regole cultuali, dottrinali o etniche. Partecipe della misericordia di Dio, incondizionata e unilaterale, costoro sono disponibili a costruire un nuovo mondo e porre al centro il Regno ritenendola non solo un sentimento che coinvolge viscere e cuore, ma azione concreta, come indica Gesù rispondendo al petulante dottore della Legge con un deciso: Va’ e anche tu fa’ così”.
Con queste parole Egli ricorda che il prossimo non è individuabile con una definizione, ma ogni uomo bisognoso di aiuto. Ecco perché il malcapitato della parabola è un uomo anonimo, Gesù non fornisce particolari circa la nazionalità, la condizione sociale, l’appartenenza religiosa. Al sacerdote e al levita, tipici religiosi, egli oppone un samaritano, agli antipodi dei due, persona ritenuta impura, non ortodossa nella fede e per questo disprezzata, ma che sa “fare misericordia” e praticare l’amore verso il prossimo senza appellarsi alla Legge, alla fede, alla tradizione, perché sente la fratellanza con chi è nel bisogno e non esita a mettersi a disposizione prendendosi cura. Proprio il contrario di tanti devoti legalisti che ritengono l’appartenenza alla chiesa fonte di sicurezza individuale e rimangono ciechi alle impellenti necessità degli altri. Non fanno alcun male, ma tante omissioni, persistente contraddizione all’amore non per odio, ma per reiterata indifferenza. Gesù ribadisce, invece, che sola legge della vita a valere è quella dell’amore degli altri che non si separa mai dall’amore di Dio. Egli, Buon Samaritano, fornisce l’esempio e, a detta di san Paolo, si é “fatto peccato” per guarirci e rinsaldare in noi la forza di amare.
Rispetto al quesito teologico rivoltogli -“Cosa fare per avere la vita eterna?”- il Maestro invita alla conversione interiore per capovolgere il mondo e raddrizzare la storia convertendo il proprio io al precetto: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, imitando il samaritano, la cui azione è decritta con dieci verbi, minuziosa precisione che richiama le dieci parole – comandamenti ripetuti da millenni – alle quali non sempre corrisponde l’invito alla compassione di un prossimo partecipe e simpatetico. La parabola esalta il primato della prassi, il criterio più appropriato per comprendere la bontà del messaggio. La riflessione inizia col considerare la solitudine del sofferente, del “mezzo-morto” vittima dei soprusi di uomini malvagi. È una situazione triste, ma anche una opportunità per risvegliare nell’uomo buoni sentimenti e le migliori azioni. Il samaritano osserva, tocca con mano. Nel vedere le ferite di uno sconosciuto prova compassione, si ferma e così inserisce l’altro nel suo quotidiano mutandone l’agenda. S’impegna a versare olio nelle ferite dello sconosciuto, lenire cioè il dolore, fargli sorseggiare del vino per rincuorarlo e non fargli perdere la speranza. La cura si trasforma in amore senza condizioni, scelta unilaterale che è vangelo, buona notizia per l’umanità frastornata da un’esperienza del male che fa precipitare in un legalistico egoismo, disposto a rivendicare solo diritti.