Cacciatore, il messaggio di libertà dell’avvocato dei vinti

Vent'anni fa, il 28 settembre del 1999, moriva un grande protagonista della vita politica e forense salernitana

0
1002

Diego Cacciatore detestava in egual misura tanto la retorica trombonesca delle commemorazioni ufficiali quanto l’ipocrisia dell’antiretorica, che sempre finisce col rinnegare sé stessa. Ricordarlo nel modo giusto, nel ventesimo della scomparsa, significa quindi storicizzarne la figura e farla passare attraverso decenni cruciali della vita democratica, per delinearne i contorni in relazione all’impegno civile, alla lotta per l’affermazione dei diritti di chi non ha diritti, alla scienza giuridica declinata nel fuoco di battaglie combattute all’interno dell’orizzonte specifico ed esclusivo dell’emancipazione dei vinti della Storia. Non c’era niente di astrattamente ideologico, in tutto questo: piuttosto, la consapevolezza matura, profonda, che nelle aule di giustizia si giocava (e si gioca) quotidianamente la partita della democrazia, e l’esito non è mai scontato. Diego sapeva bene che il principio della neutralità della giurisdizione è una suggestione, o poco più. E altrettanto bene sapeva che obbligo dell’avvocato è quello di sentirsi profondamente, ontologicamente, “parte” in ogni momento del processo, e di restarlo fino alla fine bandendo ogni tentennamento, anche oltre le evidenze. Quando questo non succede, quando cioè davanti al difensore si spalanca il baratro dell’irrilevanza, non è solo un diritto soggettivo a uscirne gravemente leso, ma il Diritto nella sua accezione più ampia e completa.

Alto, dinoccolato, la mazzetta dei giornali sotto il braccio, nell’incedere solenne e nel volto in cui ogni singola ruga sembrava incisa nel cuoio, era riassunta una personalità complessa, che lo rendeva scomodo in un Foro prevalentemente notabilare, incline al conciliabolo complice e alla consociazione. A preservarlo da qualsiasi insana tentazione di sterilizzazione del conflitto concorreva la sua formazione di giurista democratico, che all’arido linguaggio dei Codici anteponeva il dettato costituzionale. L’articolo 3, in particolare, brandito come arma di deterrenza contro ogni mercanteggiamento della funzione forense, unico invalicabile argine all’arbitrio e all’abuso giudiziario. Le battaglie processuali di gioventù dalla parte di operai e braccianti ne costruirono il profilo militante, quelle della definitiva affermazione professionale, alcune figlie di scelte eretiche rispetto alla sua stessa collocazione politica, lo collocarono su una linea intransigente di salvaguardia dei valori dell’antifascismo e della Resistenza. Nell’epoca della fermezza contro il terrorismo, andò (non era la prima volta, non sarebbe stata l’ultima) contro il suo partito per assumere la difesa dei brigatisti della colonna salernitana, collegandosi idealmente al meglio dell’avvocatura progressista italiana del tempo (Sergio e Giuliano Spazzali, Gaetano Pecorella, Saverio Senese) e ponendosi in linea di continuità con l’esempio di Umberto Terracini, il quale qualche anno prima aveva scelto di capeggiare il collegio difensivo del “reprobo” Marini, nonostante tutt’altra fosse, sulla vicenda, la posizione del Pci provinciale.

Furono le esperienze e i contatti di quella stagione a ispirargli, all’inizio dei Novanta, la cosiddetta campagna per la dissociazione dei capi della camorra. Una via d’uscita politico – giudiziaria dalla grande emergenza criminale in cui era sprofondata la Campania, che s’infranse contro il miope irrigidimento, a metà tra l’ideologico e il burocratico, dei vertici della magistratura inquirente napoletana e salernitana. Ma già i bagliori di Tangentopoli illuminavano sinistramente le aule di giustizia richiamando Diego in prima linea, sull’abbrivo di quella che purtroppo sarebbe stata l’ultima stagione del suo impegno forense. Ai furori ideologici giovanili si erano sostituiti, intanto, l’ironia e il disincanto dell’età matura. Con quelle armi denunciò le esagerazioni, gli strappi alle garanzie, gli attentati quotidiani allo Stato di Diritto. Fino al distacco, in piena tempesta di Mani Pulite, dal Pci (nel frattempo diventato Pds), del quale era stato per lunghi anni dirigente e consigliere provinciale. E al ritorno nella vecchia casa di famiglia, quella socialista, in quel momento sotto assedio. Prima di darne l’annuncio ufficiale, lo comunicò informalmente al cronista amico, col quale ogni giorno si confrontava nei corridoi del Palazzo di Giustizia. Gli brillavano gli occhi.