Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo, due grandi divulgatori della cultura e scrittori "da banco"
La morte assume, quando si tratta di personaggi famosi, sempre più i connotati di una ribaltamento di ciò che in vita è stata la fama, e le morti di Andrea Camilleri e di Luciano De Crescenzo lo testimoniano abbondantemente. Erano tutti e due scrittori popolari e grazie a loro milioni di persone, che mai avrebbero letto un libro, guardato un film, per arrivare ad attraversare la vita con maggiore consapevolezza, non sarebbero arrivati a farlo. È questo è un merito che va ad entrambi. Ma se Andrea Camilleri ha vissuto sempre di cultura, “preparandosi” a una seconda vita perennemente sotto i riflettori, da protagonista consapevole, al punto di andarsene in silenzio, non ci sono stati funerali pubblici per sua espressa volontà, Luciano De Crescenzo ha vissuto di fama e di ricchezza senza che gli fosse tributato alcun omaggio dal mondo letterario, mondo letterario che anche grazie ai suoi libri poteva permettersi le pubblicazioni della “Fondazione Valla”, e così i funerali pubblici sono diventati la legittimazione ufficiale della sua famosa esistenza in vita.
Il caso ha voluto che morissero a un giorno di distanza e se non fosse stato così, per il diverso modo di farsi accompagnare nell’ultimo viaggio e di vivere, Andrea Camilleri avrebbe ancora una volta surclassato Luciano De Crescenzo. Eppure la differenza tra i due uomini, in termini culturali, è minima. Entrambi hanno fatto da volano all’asfittica produzione letteraria italiana, perennemente in bilico tra libri di qualità, dove la qualità è intesa nei termini di allargamento di orizzonte del lettore, e libri da vendere, cioè libri intesi come beni capaci di generare “dipendenze farmacologiche” e conferme esistenziali, più che graduali cambiamenti. Sono stati tutti e due scrittori “da banco” e tutti e due sono stati testimoni del proprio tempo, in maniera pop e quindi sono fuori da qualsiasi catalogazione, il pop va oltre le categorie estetiche, e perciò è strano che siano stati trattati in maniera così differente dai giornali, non dalla rete o dalla strada, cosa che mette in luce la difficoltà della carta stampata di stare davvero dentro le istanze più vere dei lettori tutti, lettori che acquistano un libro o un giornale solo se sono emotivamente presi e se sentono vicine le storie che gli vengono proposte. Così “beatificare” l’uno a discapito dell’altro è sbagliato proprio perché, con buona pace della perenne foglia di fico della cultura e dell’intelligenza all’italiana: esisti perché vendi – a patto che tu sia pure così borghese da essere pop ma non troppo – nessuno dei due era migliore dell’altro. Entrambi volevano la fama e l’applauso attraverso il loro lavoro ma più di tutto volevano un pubblico che li gratificasse di una vita, tutta protesa verso l’esterno, a rincorrere un riconoscimento di appartenenza intellettuale che li facesse sentire meno pop e più integrati, istanza che è, poi, di tutti gli scrittori. E invece la morte, l’idea che i vivi hanno della morte, li ha divisi ancora una volta, attraverso le pagine dei giornali e la strada, strada che nel caso di Luciano De Crescenzo ha avuto la meglio. In fondo “rappresentare” Napoli e la sua perenne ambizione di rimanere Capitale del regno del Possibile, e quindi anche dell’Antichità, è molto più complesso che riuscire a essere uno scrittore italiano di grande successo. Il tempo e una lettura un po’ meno borghese e emotiva restituiranno a entrambi la loro giusta dimensione di divulgatori di cultura pop.
E tanto basta.