Camilleri, con lui va via un universo affascinante nel quale la cultura popolare legava con le più profonde istanze civili. A sinistra l'interprete del suo personaggio Luca Zingaretti
Quando un autore muore, per la prima volta è possibile leggerlo senza che il corpo, quello composto di carne e di nervi, faccia d’ostacolo al corpo letterario composto di parole.
Andrea Camilleri è riuscito a fare tutto questo in vita, il suo esserci totalmente nei testi rende la rilettura delle sue opere viva, presente, oggi come ieri.
Non è stato un enfant prodige Andrea Camilleri, al successo è arrivato tardi e per questa ragione non ha conosciuto il suo livello di imbecillità, come amava ripetere. È stato sostenuto dalla tenacia di Elvira Sellerio, che di fronte al suo rifiuto di continuare a scrivere del commissario Montalbano, dopo il terzo libro della saga, gli ha permesso di diventare famoso, e di applicare, in maniera precisa, una sana e giusta pianificazione editoriale per rendere i suoi libri un bene di consumo, mentre dava un taglio differente al modo di scrivere in italiano e di intendere il giallo in Italia.
Perché Andrea Camilleri era uno scrittore italiano. L’impianto strutturale dei suoi scritti è quello della lingua italiana, lingua italiana su cui poggiare, con elegante disinvoltura, il siciliano, alla sua maniera, come diversivo e rafforzativo. Una prova questa, dell’utilizzo del siciliano, di resistenza, lontanissima del provincialismo italiano e dalla sudditanza psicologica del Sud retrivo.
Prima di lui i gialli erano poliziotteschi, la zona di mezzo dove i cattivi operavano era poco esplorata, il finale era netto, cosa che con Andrea Camilleri non accadeva. Accade.
Egli tesseva la sua tela di ragno e in questa tela impigliava tutti, buoni, cattivi, come accade nella vita quando si smette di osservare la realtà senza preconcetti.
Andrea Camilleri, operando in questo modo, ha dato centralità ai sensi, impastandone i personaggi, all’interno di uno schema di scrittura millimetricamente calcolato, schema in cui il lettore viene avvolto e sanato dalla difficoltà di dare forma alle proprie possessioni, non per colpa della morte ma grazie alla morte e al suo attraversamento. Come accade nella vita e prima di lui accadeva solo nella tragedia greca e per rimanere nell’ambito del giallo italiano, in Attilio Veraldi, anche se Attilio Veraldi non dava centralità ai sensi, ma al testo.
E poi Andrea Camilleri aveva alle spalle Manuel Vázquez Montalbán e George Simenon, autori che “usava” abilmente, senza complessi di inferiorità, sapendo di doverli trasportare, con il suo Montalbano, più in là.
Il suo esserci nei testi era evidente anche nelle sceneggiatura delle sue opere, sceneggiature cui partecipava, ogni volta che ve ne era una trasposizione televisiva o cinematografica. Non c’era differenza né sovrapposizione tra testi scritti e filmati, ma solo la conferma della potenza della sua visione del mondo. Un mondo che il male non rendeva più greve ma solo più poeticamente umano, e dove veniva riaffermata la centralità del ruolo degli intellettuali all’interno della società. Una cosa sanissima cui siamo sempre più  disabituati e che lui ci ricordava costantemente.
“Alla nascita ti danno il ticket in cui è compreso tutto: la malattia, la giovinezza, la maturità e anche la vecchiaia e la morte. Non puoi rifiutarti di morire perché è compreso nel biglietto. O l’accetti serenamente e te ne fai una ragione o sei un povero “ – diceva e nella cassaforte della casa editrice Sellerio è custodito il manoscritto del suo ultimo Montalbano.  Se la morte è  compresa nel ticket, solo Andrea Camilleri poteva sapere quale fosse il ticket di Salvo Montalbano. A riprova della grandezza dello scrittore e anche della scrittura come madre traghettatrice. Cosa ben più che chiara per Andrea Camilleri, suo figlio.