Camorra, smantellato clan: arresti e maxisequestro

Undici arresti tra il Napoletano e il Salernitano. Nel 2015 il clan aveva coinvolto anche operatori portuali di Salerno: chiedevano di agevolare l'uscita di un container frigo dal porto che celava all’interno del vano motore un grosso carico di stupefacente

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Undici arresti e un maxisequestro nel Napoletano. I soggetti raggiunti dalle ordinanze questa mattina sono ritenuti promotori, affiliati o agevolatori di una nuova associazione mafiosa armata, il cosiddetto clan Batti, operante nei comuni di San Giuseppe Vesuviano, Terzigno e zone limitrofe.
Le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Dda sono state eseguite questa mattina dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Torre Annunziata e dai Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Salerno.
Gli undici soggetti risultano indagati, a vario titolo, per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di arma da fuoco, estorsione e violenza privata, aggravate dal metodo mafioso e dallo scopo di favorire il clan Batti.

Gli arrestati. I destinatari delle ordinanze di custodia cautelare sono Salvatore Ambrosio di San Giuseppe Vesuviano; Alan Cristian Batti, Alfredo Batti e Luigi Batti, nati a Milano; Gaetano Buono di Pompei, Ferdinando Campanile di San Giuseppe Vesuviano; Giovanni Chirico di Pompei; Mario Nunzio Fabbrocini nato a Castellammare di Stabia; Vincenzo Guastafierro di Pompei e Gennaro Izzo di Scafati.

Le indagini. Una delle due ordinanze di custodia cautelare eseguite questa mattina trae origine da un’attività di indagine svolta tra la fine del 2013 e la fine del 2014 dal Nucleo Investigativo di Torre Annunziata e focalizzata sull’esistenza e operatività del nuovo clan, dedito, prevalentemente, al commercio di stupefacenti (cocaina, marijuana e hashish) e strutturato intorno alla famiglia Batti, in particolare ai fratelli Alfredo, Luigi e Alan Cristian Batti, detti “i milanesi”, figli di Salvatore, ucciso in un agguato di stampo mafioso nel dicembre 1990.
Le attività di indagine hanno preso spunto dai tentati omicidi di Luigi Avino, avvenuto a Terzigno nel 2013 e di Mario Nunzio Fabbrocino, avvenuto a San Giuseppe Vesuviano sempre nel 2013, in un’area tradizionalmente controllata dal clan Fabbrocino, inducendo a ritenere che fosse in atto una fase di alterazione degli equilibri criminali su quel territorio. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia avevano rivelato che già nel 2008 i Batti erano stati autorizzati dal clan Fabbrocino a spacciare stupefacenti a San Giuseppe Vesuviano, dietro versamento di una quota di proventi allo stesso clan Fabbrocino. L’avvio delle indagini ha rivelato che la nuova compagine criminale si era nel frattempo affrancata dall’obbligo di versare una quota dei proventi delle attività di spaccio, acquisendo autonomi spazi di operatività.
Nel corso delle indagini è emerso che il clan si era imposto sul territorio con azioni punitive e ritorsive nei confronti di persone con cui era entrato in contrasto per il mancato pagamento delle forniture o per sconfinamenti territoriali. Il contrasto alle forze dell’ordine era attuato attraverso il monitoraggio del territorio, l’utilizzo di canali di comunicazione dedicati (i “telefoni della fatica”), la realizzazione di appositi locali ove nascondere armi e stupefacenti accessibili soltanto attraverso apposita strumentazione, la dotazione di un vasto parco di autovetture utilizzate in via esclusiva per gli affari illeciti e il continuo cambio di utenze degli indagati, per lo più intestate a stranieri o a terzi estranei ai fatti o a nomi di fantasia. Ulteriori precauzioni erano adottate dal capo clan, Alfredo Batti, soggetto di particolare ferocia anche nei confronti dei suoi sodali: non veniva quasi mai contattato telefonicamente dagli altri indagati, ma effettuava la maggior parte delle comunicazioni attraverso Mario Nunzio Fabbrocini, sua longa manus, che riportava il suo volere agli altri soggetti e viceversa.
Le attività di indagine hanno consentito di individuare in Alfredo Batti il capo indiscusso dell’associazione, mentre i fratelli Luigi e Alan Cristian, ai quali era stato demandato il controllo delle attività di spaccio in Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano, svolgevano una funzione di raccordo. Mario Nunzio Fabbrocini, Ferdinando Campanile e Salvatore Ambrosio erano invece referenti, portavoce ed esecutori delle singole azioni criminose.

Il maxisequestro. Contestualmente all’esecuzione delle citate misure cautelari i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata hanno provveduto – nelle provincie di Napoli, Roma ed a Montesarchio (BN) – all’esecuzione di specifico decreto di sequestro preventivo d’urgenza, emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli – DDA, relativo a beni mobili, immobili, società e rapporti finanziari per un valore complessivo pari ad €. 7.500.000. Tra i beni sequestrati ci sono terreni, vigneti, una ditta di facchinaggio, tre rivendite di autoveicoli, una cartoleria, autovetture e motocicli.
L’analisi della capacità reddituale dei singoli indagati e dei propri nuclei familiari presentava una evidente sperequazione tra il valore dei beni acquistati ed i redditi dichiarati, frutto del reimpiego degli illeciti profitti scaturiti dalle molteplici attività delittuose messe in atto dagli indagati, contestualmente alla loro partecipazione al sodalizio criminoso localmente denominato “clan Batti”, ovvero rispettivamente commesse avvalendosi del metodo camorristico.

La droga dal porto di Salerno. È stato dimostrato, inoltre, come nelle operazioni di approvvigionamento illecite siano stati coinvolti finanche operatori portuali di Salerno, incaricati dal gruppo camorristico nel gennaio 2015 di agevolare l’uscita da quel porto di un container frigo proveniente dall’Ecuador con un carico di banane, che però celava all’interno del vano motore un grosso carico di stupefacente. In quell’occasione due dipendenti di una società di spedizione non sono riusciti a recuperare la sostanza stupefacente a causa di inaspettate complicazioni burocratiche e il container, svuotato delle sole banane, è stato reimbarcato su una nave diretta a Rotterdam. Una volta giunta nel porto olandese, la nave veniva sottoposta a perquisizione grazie ad apposita segnalazione dei Finanzieri del GICO di Salerno, consentendo così di rinvenire e sottoporre a sequestro, ancora occultati nel vano motore, 40 chili di cocaina per un valore stimato di circa € 1.200.000,00. La perdita dell’ingente carico generava la reazione adirata di Alfredo Batti, che pretendeva di essere risarcito da tutti i soggetti ritenuti responsabili del mancato recupero della sostanza stupefacente. Le successive pressioni e minacce – perpetrate sia attraverso pestaggi, sia con l’esplosione di colpi d’arma da fuoco – costringevano uno degli indagati a vendere la propria abitazione per consegnare al capo dell’organizzazione il denaro perso.