Il Paese intero viene fuori da vicende climatiche che appena due settimane fa lo hanno sconvolto dal Veneto alla Sicilia. Per fortuna la Campania è stata risparmiata anche questa volta da dissesti e alluvioni significativi.
Ma la Campania non ne è affatto esente, come prova la conformazione stessa del territorio regionale e come ammoniscono le terribili vicende di Sarno (1998), di Atrani (2010), di Ischia (2009 e 2015) e di Benevento (2015). Per citare solo gli episodi più drammatici di una sequenza praticamente interminabile.
E allora la domanda è sempre la stessa: quanto siamo, in questa regione, preparati a reggere alle conseguenze dei rovesci temporaleschi? Quanto si è fatto negli ultimi anni per prevenire i dissesti e per mitigare il rischio di alluvioni? Quanto è efficace l’organizzazione dei servizi di allertamento e di protezione civile? E quanto è efficiente la manutenzione delle opere a cui è affidata la sicurezza delle popolazioni?
Facciamo un esempio. Risale al 2010 la sottoscrizione dell’accordo di programma quadro tra Regione Campania e Ministero dell’Ambiente per l’esecuzione di interventi di carattere strategico regionale, prioritari e urgenti ai fini della prevenzione e della mitigazione dei rischi da dissesto idrogeologico. Furono finanziati circa 219 milioni di euro. Delle opere originariamente previste sono state collaudate fino a oggi opere per appena 19,3 milioni, pari all’8,8% della somma finanziata (fonte: monitoraggio commissario straordinario delegato – fine 2017). Spendere in sette anni il 9% di quanto si è stabilito di spendere per interventi prioritari e urgenti, in un paese diverso dal nostro sarebbe considerato un record da Guinness dei primati. Ma in Italia (e in Campania) è la normalità.
Peggio vanno le cose con gli interventi di grosso respiro, con i grandi progetti comunitari. Il “grande progetto Sarno”, varato nel 2007, discusso e contestato da più parti, al quale la Regione ha affidato la mitigazione del rischio idraulico nell’intero bacino omonimo, è ancora alle prese con le progettazioni definitive e impiegherà tempi indefiniti per tradursi in progetti esecutivi e cantierabili. Sempre che, nel frattempo, non vengano revocati i finanziamenti comunitari.
Ancora più critico è il problema della manutenzione delle opere. Che si intreccia, risultandone pesantemente aggravato, al tema del cattivo uso del territorio, della diffusione delle microdiscariche, della persistenza di una miriade di immissioni reflue non depurate nei corpi idrici naturali e di bonifica ai quali è affidato il drenaggio dei deflussi.
È da tempo necessario un intervento straordinario di ampia portata che consenta la ricostituzione degli alvei occlusi da sedimenti, vegetazione e rifiuti e la loro piena restituzione al libero corso delle acque. In sua mancanza la stessa manutenzione ordinaria diventa proibitiva o impossibile in ampie aree e l’esposizione al rischio di esondazione di canali e corsi d’acqua naturali è destinata a rimanere elevatissima.
E occorre contestualmente una risoluta riforma della governance in materia di difesa del suolo e di bonifica idraulica, che preveda la definizione univoca del quadro di competenze delle diverse istituzioni coinvolte nelle strategie di difesa del suolo, la ricostituzione di un efficace rapporto funzionale tra chi pianifica e chi attua gli interventi di prevenzione, l’accorpamento e la riorganizzazione dei Consorzi di bonifica.
In definitiva c’è ancora molto da fare per proteggere il territorio campano da dissesti e alluvioni: un ‘da fare’ ingigantito da decenni di inerzie e rallentamenti, di sostanziale indifferenza della politica e di inadeguatezza delle istituzioni pubbliche; un ‘da fare’ accresciuto a dismisura dalla grande impermeabilizzazione dei suoli e dall’estremizzazione dei fenomeni meteorici dovuti ai cambiamenti climatici in corso.
E se pure questo difficile percorso, contrastato da burocrazie sovrapposte, da contenziosi, da procedimenti giudiziari di varia natura, dovesse un giorno arrivare a compimento, comunque continuerà a piovere e saremo sempre esposti in qualche misura al rischio di inondazioni. Tuttavia si potrà dire di aver fatto il possibile per proteggere le persone e i beni materiali dagli eventi disastrosi.