Cantare alle ossa: una storia di appartenenza

Artenauta al teatro La Ribalta di Salerno sabato 14 e domenica 15 dicembre con la piece diretta da Simona Tortora. Protagonista è una tribù senza nome, dai volti dipinti con i colori della terra e dell’erba, che attraverso il contatto fisico trova un senso di identità.

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Cantare alle ossa è un’esperienza. Ogni spettacolo di Artenauta Teatro lo è: nasce dall’energia che gli attori mettono a disposizione e che la regista Simona Tortora indirizza a partire dalle improvvisazioni di laboratorio. E il laboratorio è una fucina dove si scava alla ricerca di un’emozione grezza, di cui fare tesoro nel momento in cui la si prova e da affinare con diligenza nell’arco del percorso di preparazione.

In particolare, il lavoro di Cantare alle ossa nasce da un sentimento specifico: voler essere parte di un tutto. L’associazione tra compagnia teatrale e famiglia è quasi automatica ed è già stata ampiamente declinata, ma il bisogno di una comunità è forte nei più giovani, e in questo momento storico più che mai. Non è un caso che questo sia stato lo spettacolo del gruppo giovani adulti di Artenauta nella rassegna L’Essere e l’Umano del 2019. E tornerà in scena sabato 14 e domenica 15 dicembre presso il teatro La Ribalta di Salerno.

Proprio la durezza di questi tempi, che vorrebbe l’uomo come isola autosufficiente o pronto a sbranare chi cede, è il punto di partenza di questo lavoro. Protagonista è una tribù senza nome, dai volti dipinti con i colori della terra e dell’erba, che attraverso il contatto fisico trova un senso di identità. E poi ci sono le due donne angelo che torreggiano sugli uomini, bianche come il marmo, ma non ne sono distaccate: con movimenti appena percettibili, ridono con loro, piangono con loro, soffrono con loro. E soprattutto, amano con loro.

L’amore di cui parla Cantare alle ossa non è quello romantico tout-court: è l’idea che l’altro sia pronto a sorreggerci, e che il corpo sia già comunicante molto prima della parola. Il lavoro sul corpo, infatti, è stato il principale focus: i quadri presentati sul palcoscenico sono tutti in movimento, ispirati alle danze frenetiche che oggi sopravvivono in ben poche tradizioni popolari. La riflessione sull’immagine è un altro elemento fondamentale della preparazione: uno dei punti di partenza è La Danza di Henri Matisse, nella sua rappresentazione di corpi collocati in un contesto atemporale. L’energia primigenia del quadro viene traslata nella danza ripetuta della tribù, che segna due momenti speculari.

Il senso profondo dello spettacolo è nei testi: prevalenti quelli di Bestia di Gioia, raccolta della poetessa contemporanea Mariangela Gualtieri. Ma trovano spazio anche il Nuovo Testamento e il giovane autore Judicael Ouango, originario del Burkina Faso e attivo a Napoli. Il tema principale, quello della tribù, è mutuato dall’opera Donne che corrono coi lupi dell’autrice di origini messicane e indios Clarissa Pinkola Estés. Centrale nel libro la figura della loba, una sciamana in grado di ricomporre magicamente i corpi dei cacciatori a partire dalle ossa.

Cantare alle ossa racconta cosa sarebbe forse l’uomo se non fosse frenato dagli schemi e dalle sovrastrutture che gli impediscono di sentire autenticamente. L’idea che bisogna sempre bastare a sé stessi fa dimenticare che viviamo in un «mondo comune». La sintonia del gruppo teatrale – che va oltre la scena – è esemplificativa della potenza dei sentimenti liberamente espressi.

Ogni quadro, ogni testo parla in modo diverso allo spettatore e all’attore. Se si chiedesse a ciascuno dei membri della compagnia qual è il verso più significativo, ogni risposta conterrebbe una storia a sé. E di quella storia, ognuno porta sul palco un frammento. Che sia un movimento, un gesto rivolto a un compagno di scena, un’intenzione nel recitare. Quella di Cantare alle ossa non è solo la storia di un nucleo di umanità che torna alle origini, ma anche quella di chiunque avverta un bisogno di inclusione.