Caro Zingaretti, hic Paestum, hic salta

L'appoggio alla candidatura di Franco Alfieri a sindaco della città dei templi primo banco di prova per le sbandierate ambizioni di rinnovamento del neosegretario del Pd

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Sarebbe ingeneroso non riconoscere a Nicola Zingaretti la capacità di ripristinare qualche timida connessione sentimentale tra il Pd e quello che un tempo definivamo “popolo della sinistra”, disperso tra disimpegno e testimonianza sempre più residuale e disperata. D’altronde, il confortante dato relativo alla partecipazione alle Primarie dello scorso mese di marzo non è tutta farina del sacco del partito, che dall’era Renzi è uscito più o meno come una casa investita in pieno da un tifone subtropicale: a formarlo, hanno concorso moltissimi non iscritti. Passato il tempo fisiologico della luna di miele, però, il governatore del Lazio è entrato da qualche giorno nella fase più difficile e complicata della sua segreteria: quella del consolidamento del sentimento favorevole che la sua discesa in campo ha suscitato.  E una delle trincee, probabilmente la più importante, sulla quale per usare un’espressione aulica “si parrà la sua nobilitate” passa per la Campania. Dove il fallimento di Renzi, per la repentinità e la violenza con cui si è prodotto, ha avuto l’effetto di portare a galla la vera natura del partito. Una confederazione di capibastone tenuti insieme dal mastice del potere, interessata quasi esclusivamente all’aggregazione del consenso con qualsiasi mezzo. Renzi ha sfacciatamente cavalcato questo schema che i suoi predecessori pure avevano utilizzato ma con più discrezione. Sicché la sua caduta si è trasformata in una drammatica epifania. Si è rivelata, cioè, la desolante realtà del Pd campano, infeudato a un ferocissimo notabilato e debilitato dalla tabe del familismo più spregiudicato e volgare. Fenomeni sui quali il rottamatore fiorentino aveva impresso pubblicamente il proprio autorevole sigillo. Era stato lui, per fare un solo esempio che però tutti li riassume, a candidare il figlio del governatore a Salerno, dove il Pd il 4 marzo uscì non sconfitto ma umiliato dal responso elettorale. E sempre lui aveva fornito al pargolo (manco avesse saputo in anticipo come sarebbe andata a finire) un paracadute nel proporzionale che gli ha permesso di arpionare comunque uno scranno a Montecitorio, sia pure con i resti. Ne consegue quindi che, prima e più ancora delle ambiguità programmatiche (e culturali), che hanno accompagnato la storia recente e meno recente del Pd campano (per non parlare delle molto equivoche alleanze strette in alcune contingenze elettorali, come le regionali del 2015), a pesare sulla “sconnessione” prodottasi tra un pezzo importante di opinione pubblica di sinistra e il partito è stato quell’articolato complesso di attività che va dai meccanismi di selezione dei gruppi dirigenti alla scelta dei candidati. Le non-decisioni in circostanze cruciali: le vergognose primarie per il candidato sindaco di Napoli, per esempio, nelle quali Bassolino – che pure era riuscito a intercettare il “vento nuovo” che si era levato – fu letteralmente, e quel ch’è peggio impunemente, massacrato. Sarebbe bastato in pochi, mirati, frangenti impugnare la ramazza, o semplicemente pronunciare qualche coraggioso (ma non impopolare) no, per ristabilire i collegamenti con una base disorientata, confusa, che a Napoli si è rifugiata nel populismo pseudo guevarista di De Magistris, e nel resto della regione è stata fagocitata dal movimentismo senza progetto dei 5 Stelle. Per non sbagliare, Zingaretti avrebbe in un certo senso il percorso già tracciato: gli basterà fare esattamente il contrario di quello che hanno fatto i suoi predecessori. E il destino gli dà una mano: la candidatura di Franco Alfieri a sindaco di Capaccio Paestum. Lasciamo stare l’elemento – puramente oleografico – delle fritture a scopo clientelare, e anche le vicissitudini giudiziarie (dalle quali per gran parte è uscito pulito, pur con qualche aiutino: tipo la prescrizione del processo per corruzione). Concentriamoci solo su una domanda. Questa: è compatibile con il nuovo profilo che Zingaretti vuole dare al partito la candidatura di un signore già sindaco (per 20 anni!) del suo paese, Torchiara, e per altri 10 del paese limitrofo, Agropoli? Paestum è un luogo dello spirito, oltre che della memoria. E’ un pezzo importante della storia dell’Occidente: si merita un sindaco vero, non un professionista della carica, e nemmeno una versione alle vongole del mister Wolff tarantiniano, buono per tutte le stagioni e a ogni latitudine. E un partito che si propone di rinnovare il costume politico e, con il nuovo segretario, di chiudere la sciagurata parentesi del leaderismo esasperato tornando dall’”io” al “noi” non può sottrarsi ad una valutazione critica di una simile candidatura. Al di sopra e al di là di ogni considerazione politica, all’ombra dei templi di Cerere e di Nettuno il nuovo Pd si gioca subito un pezzo della sua credibilità. Vedremo. Per ora, parafrasando un celebre motto dell’antichità, Zingaretti è già all’hic Paestum, hic salta.