C’è ancora una strada per salvare la democrazia

I Democrat dovrebbero ripensare gli ideali socialisti e cristiani nel quadro di un rinnovato assetto politico dell'Europa

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Il 2018 sta per finire. E con la sua fine minaccia di finire anche la repubblica parlamentare nel nostro paese, la democrazia rappresentativa. Le vicende di questi ultimi giorni sono certamente qualcosa di drammaticamente nuovo, perché finora non era mai avvenuto che una legge fondamentale nella vita dello Stato, come la legge di bilancio, fosse approvata senza essere discussa nelle commissioni e nell’aula della Camera dei Deputati e del Senato.

La crisi della democrazia parlamentare va fatta risalire perlomeno al 1993, all’elezione diretta dei sindaci

Non era mai accaduto che alla Camera dei Deputati venisse approvata una legge di bilancio “fantasma” completamente trasformata successivamente dal governo costretto a rivedere tutta intera la manovra dal confronto inevitabile con la Commissione europea: il governo partito lancia in resta contro l’Europa dei tecnocrati e dell’austerità in nome della sovranità nazionale è stato il primo governo a farsi dettare la manovra dalla Commissione europea (il che, chiaramente, è stato un male minore per il Paese, per la sua economia). Ma la cosa gravissima, il vero e proprio vulnus istituzionale, è stata la modalità di approvazione della manovra, l’esautoramento delle funzioni del Parlamento fissate dall’art.72 della Costituzione. Non è possibile non gridare allo scandalo e non reagire da parte di quanti credono nella democrazia e nell’unica forma autentica di essa, che è la democrazia rappresentativa – l’unica che può evitare le degenerazioni demagogiche, populistiche, rovesciantesi in regimi autoritari, totalitari, dittatoriali.
Ma, detto questo, non si può non riconoscere che quanto sta accadendo è il risultato di un processo lento, e però continuo e sempre più incrementantesi, che è cominciato con la legge del 25 marzo 1993, n. 81: l’elezione diretta dei sindaci, con la quale si è aperta l’ “autostrada” del personalismo e della svalutazione degli organismi elettivi collegiali, dove le volontà singole, parziali, si confrontano e fanno scaturire la volontà comune, dove si esercita il controllo che blocca il potere di un’unica autorità e del suo cerchio magico.

Anziché continuare a dividersi il PD potrebbe tentare un coagulo di forze di sinistra e liberal democratiche in grado di opporsi alla deriva sovranista e populista

L’inevitabile personalismo dei sindaci si è combinato con il “partito personale” di Berlusconi cresciuto sul terreno della crisi dei partiti determinata da tangentopoli. E poi sono venute le imitazioni che i partiti derivanti da quelli tradizionali cominciarono a mettere in campo al loro interno. Né va sottovalutato l’effetto negativo per la democrazia rappresentativa dei referendum in materia di leggi elettorali del 1991 e soprattutto del 18 aprile 1993, da cui sono scaturite le leggi del 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, che introducono il sistema elettorale misto, ma sostanzialmente maggioritario, che ha contribuito in maniera decisiva a ridurre se non a cancellare le importantissime funzioni di intermediazione e di formazione civica dei partiti, dei sindacati e delle altre formazioni associative ad essi collegate. Venendo a tempi più vicini le pessime leggi elettorali subentrate al Mattarellum (Porcellum e Rosatellum) e l’abuso del voto di fiducia (che oggi anche il Pd, anzi soprattutto il PD, giustamente denuncia contro il governo giallo-verde) che è stato prassi costante degli ultimi governi di centro-sinistra, sono stati due fattori decisivi per il percorso discendente che ha portato alla profondissima crisi della democrazia parlamentare. Di tutto questo (e di molto altro ancora) la sinistra dovrebbe tener conto autocriticamente (in particolare il PD che voglio continuare a considerare un partito della sinistra), per poter assumere – dinanzi al dramma politico di queste ore, dalle conseguenze imprevedibili – l’unico atteggiamento possibile, quello, cioè, di trovare il coraggio di superare le sue endemiche, estenuanti, divisioni, di cancellare il personalismo, e di costruire l’unità, in qualsiasi forma: di federazione, confederazione, coalizione – ma unità. E allora, ripensando in forme nuove (soprattutto in relazione alle nuove forme di comunicazione) gli ideali della tradizione cristiana e socialista, nel quadro di un rinnovato assetto politico per l’Europa, potrebbe proporre un progetto di società rivolta a realizzare i suoi valori fondanti di uguaglianza, di giustizia sociale, di difesa del mondo del lavoro, di confronto democratico. Potrebbe così provare a riguadagnare il consenso di tanta parte dei cittadini (e dei propri stessi elettori) delusi da una politica governativa che si è concentrata soprattutto sui diritti civili, trascurando le drammatiche questioni sociali e indebolendo la tutela dei lavoratori; cittadini che perciò hanno riposto le proprie speranze nel movimento pentastellato o anche, com’è accaduto al Nord, nella Lega. Potrebbe, inoltre, con più forza sollecitare la collaborazione con tutte quelle forze moderate, liberal-democratiche, che si oppongono all’improvvida politica dell’attuale governo, ma ancor più al sovranismo e all’autoritarismo.