Mercoledì scorso, intervistato da Alessandra Sardoni ad Omnibus su La7, Stefano Feltri, direttore del quotidiano Domani, spiegò più o meno così l’impennata di contagi da Covid19 in Campania dopo il voto regionale: i numeri sono politica e come tutto ciò che è politica vengono di conseguenza piegati alle esigenze del potere. In Campania era accaduta qualcosa del genere, e ora i contagi crescevano, per il semplice fatto che prima del voto si erano fatti pochi tamponi. E non monitorando bene i contagi, il Covid risultava sottostimato.

Stavano così le cose o Feltri aveva preso un abbaglio?

La risposta è nei numeri, che la politica può maneggiare per obiettivi contingenti, ma che tra gli umani servono per misurare la realtà. Prima  però di commentare numeri, è opportuno ricordare l’orientamento del Presidente De Luca in tema di tamponi. Il 3 aprile – con il Decreto “Io resto a casa” da poco in vigore, in diretta Facebook – egli esternava il proprio pensiero sui tamponi: “farlo a tutti sarebbe una doppia idiozia, in quanto impossibile e inutile, noi li facciamo come prescrive l’Oms, ai sintomatici lievi o gravi”. Una convinzione durata l’espace d’un matin come la rose nella delicata poesia di François de Malherbe. Il 5 aprile, infatti, quella sua “straordinaria” intuizione si disfece. La Soresa, società in house della Regione per la Sanità, lanciò una manifestazione di interesse ad eseguire 500 tamponi al giorno per 4 mesi, rinnovabili. Tempo per rispondere 22 ore. Conchita Sannino ne scrisse subito sull’edizione napoletana di Repubblica, raccontando anche particolari intriganti dell’operazione. Quell’articolo destò l’attenzione della magistratura, sicché un mese dopo, il 4 giugno, la stessa ritornò sul fatto e spiegò cosa era frattanto cambiato: a seguito dell’avvio di indagini della Procura, la Regione si era decisa, prudentemente, a soprassedere congelando tutto.

Tornando ai numeri, assentire o dissentire con il giudizio di Feltri non è indifferente, né per la valutazione del modus operandi del Presidente della Campania né per dare ragione o torto al direttore dell’Asl 2 Napoli nord, Antonio d’Amore,  che nel corso della trasmissione di Giletti “Non è l’arena” si è spinto a definire “tsunami” la progressione ultrarapida dei casi di contagio in Campania.

È ovvio che i numeri vadano guardati in relazione agli abitanti di ciascuna regione. La Campania è la terza d’Italia, ma dalla seconda (il Lazio) la separano solo 80 mila abitanti.

Il 20 settembre – ad urne aperte – la Campania era settima nella classifica nazionale per casi totali: 10.260 contro i 104.758 della Lombardia (10,1 mln di ab.). E aveva effettuato 540.615 tamponi (il 9,3% dei suoi abitanti) contro 1.943.336 della Lombardia (19,2% della pop.). Da marzo a settembre, in circa 210 giorni, mentre la Lombardia aveva eseguito 9.254 tamponi al giorno, la Campania ne aveva processati solo 2.574 (-27,8%). Allora, la Lombardia aveva 9.007 positivi, la Campania 4.675. Di questi la prima ne aveva 8.705 in isolamento domiciliare e la seconda 4.309, i ricoverati con sintomi erano 264 nella prima e 344 nella seconda, 38 si trovavano in terapia intensiva nella prima e 22 nella seconda.

Il 10 ottobre – cioè 20 giorni dopo – la situazione era questa: La Campania da settima nella classifica per casi totali saliva al sesto posto con 17.897 casi (+74,4%): 7.633 nuovi casi, cioè 382 in più al giorno. La Lombardia (tristemente prima in classifica) aveva 111.992 casi totali (+6,9%). Al 10 ottobre i tamponi processati in Campania dall’inizio della pandemia sono risultati 673.472 (+ 24,6%) pari a 6.643 in più al giorno rispetto ai 2.574 al giorno che aveva fatti da marzo al 20 settembre. Dei 10.191 casi positivi campani al 10 ottobre, 9.943 (97,6%) riguardavano contagiati in isolamento domiciliare, 635 i ricoverati con sintomi e 63 in terapia intensiva. Il 25 ottobre (15 giorni dopo), la Campania è salita ancora, peggiorando e passando al quinto posto nel grading nazionale con 38.613 casi totali, il 7,34% del totale nazionale e il 37,6% in più del 20 settembre. E dalla media giornaliera di 49 casi nei 7 mesi (210 gg.) da marzo a settembre ai 160,9  di media giornaliera al 25 ottobre. Quanto ai tamponi totali al 25 ottobre, in Campania  ne risultano effettuati 860.203 di cui 540.615 nei 210 giorni da marzo al 20 settembre (2.574 al giorno ) e 319.588 (9.131 al giorno) nei 35 giorni che vanno dal 21 settembre al 25 ottobre scorso. Con un differenziale – a partire dal 21 settembre, giorno della vittoria plebiscitaria di De Luca – di + 6.557 tamponi al giorno.

A questo punto, come volevasi dimostrare, il teorema è provato: in sostanza i tamponi in Campania si sono cominciati a fare (seppure in numero ancora insufficiente) dopo le elezioni regionali. L’unica incognita, per così dire, resta il perché.

I numeri esaminati – benché crescenti per la spiegata ragione –  danno anche una risposta secca al tentativo mediatico del direttore dell’Asl 2 Napoli Nord, Antonio d’Amore, di definire tsunami quanto stava accadendo In Campania. I numeri – sempre loro – seppur crescenti, sconfessano il manager napoletano. Prima per quanto osservato riguardo ai tamponi effettuati tra marzo e settembre. E poi – ancora di più – per quello che essi significano. Lo tsunami vero lo ha subito la Lombardia tra febbraio e maggio scorsi. E benché  i morti siano persone e mai numeri, attribuirlo a una regione che ne ha avuti 115 in 35 giorni (20 settembre-25 ottobre, cioè 3 al giorno pari allo 0,3% del totale dei positivi ad ottobre, in una situazione che vedeva però in isolamento domiciliare 27.456 contagiati su 28.720 cioè il 95,6% ), significa travisare la realtà dei fatti, cercando un paragone improponibile e offensivo nei confronti delle 17 mila vittime del virus nella sola Lombardia.

Se fossero numeri veri quelli citati da d’Amore a “Non è l’arena” (3.200 assunzioni nella regione, tra cui 1600 infermieri, 560 operatori socio-sanitari e 700 medici), la sanità regionale non avrebbe più alibi ad erogare un servizio sanitario di qualità ai cittadini campani. A meno che – come insinuava nella stessa trasmissione il sindaco di Napoli De Magistris – non sia proprio l’organizzazione (quarto fattore della produzione) il tallone di Achille del servizio sanitario campano.