Ciarambino: «Tamponi chimera, niente visite mediche»

La denuncia della capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle: «Qui sono abbandonati perfino i positivi»

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Il capogruppo del Movimento 5 Stelle, Valeria Ciarambino

Sospetti positivi al coronavirus o anche contagiati conclamati. «Abbandonati in casa» denuncia Valeria Ciarambino, capogruppo regionale del Movimento 5 stelle. Sul vulnus dell’assistenza domiciliare, nervo scoperto in Campania, il M5s martella Palazzo Santa Lucia. «Ho inviato una proposta scritta a De Luca sul tema» dice Ciarambino.
E lui ha risposto?
Assolutamente no, e nemmeno ad una richiesta di incontro ufficiale. Abbiamo chiesto la convocazione della conferenza dei capigruppo con la sua presenza, e non si è presentato, ha mandato il vice presidente Bonavitacola. Esprimo molto rammarico, in questo momento non esistono i partiti ma solo le istituzioni, che dovrebbero lavorare tutte quante insieme. Abbiamo diverse proposte su tamponi, assistenza domiciliare, sulla possibilità di aprire all’assistenza alcune strutture ospedaliere, facendone Covid hospital, mentre oggi c’è una frammisitone all’interno degli ospedali normali di pazienti contagiati e non contagiati, e non c’è la possibilità di separare i percorsi. Quindi gli ospedali stanno diventando i focolai più pericolosi in Campania, per operatori e pazienti.
Da dove nasce la vostra denuncia sugli ammalati in casa?
Ricevo decine di segnalazioni ogni giorno e passo la giornata al telefono, e mi dicono tutte la stessa cosa. Stiamo dicendo alle persone di restare a casa, anche a quelle che hanno febbre da 2-3 settimane, hanno sintomi respiratori. Gli diciamo di non recarsi al pronto soccorso né negli studi dei medici di medicina generale. Queste persone rimangono a casa, al massimo chiamano il loro medico curante, il quale fa la richiesta di tampone. Il tampone non arriva, passano 10-12 giorni. Intanto queste persone, potenzialmente contagiate, in molti casi si aggravano, e poi arrivano in ospedale quando la situazione è già seria. Purtroppo è capitato ad una persona che conosco, che poi è deceduta, ed era peggiorata nell’attesa del tampone. E c’è un dato che conferma quanto dico.
Quale dato?
Il rapporto tra ricoverati in terapia intensiva e ricoverati totali, che in Campania è superiore al 20%, mentre e in Emilia Romagna, dove è attivo il servizio dell’assistenza domiciliare, è dell’8%. Per questo motivo noi chiediamo che si attivi l’assistenza domiciliare. Per gli stessi pazienti positivi al Covid, la sorveglianza attiva consiste in una-due telefonate al giorno. Nessuno va a casa loro per misurare i parametri vitali. Tutti ci dicono che questa è una patologia subdola, dove la situazione precipita anche molto rapidamente. In molti casi le persone chiamano il 118 per essere ricoverate, quando l’insufficienza respiratoria che si è instaurata è già seria.
Nel dettaglio, cosa proponete per superare questo deficit?
Facciamo una ricognizione dei medici, degli infermieri e degli specialisti ambulatoriali del territorio. Ci sono gli operatori dei distretti delle Asl che ad oggi non stanno lavorando, perché gli ambulatori sono chiusi. Reclutiamo questo personale, lo formiamo, creiamo delle task force territoriali e andiamo a combattere il coronavirus strada per strada e casa per casa. Queste squadre devono avere una dotazione strumentale minima.
Quali strumenti servirebbero?
Basta un fonendoscopio per sentire le spalle, un saturimetro, per capire il livello di ossigenazione del sangue, una misura indiretta della funzionalità polmonare, e ti può avvisare prima che i sintomi siano eclatanti che quella persona ha un problema polmonare serio, poi un ecografo portatile. E stiamo chiedendo che si faccia richiesta di poter somministrare a domicilio i farmaci autorizzati da Aifa, come stanno facendo Veneto ed Emilia Romagna. Ci sono studi che dimostrano che la somministrazione precoce di alcuni farmaci può dare buoni risultati. In questo modo assistiamo le persone e le facciamo sentire meno sole e abbandonate, perché c’è un livello di disperazione altissimo.
Perché parla di disperazione?
Non le vede mai un medico, al massimo c’è un triage telefonico, ma al telefono non misuri la saturazione di ossigeno nel sangue. Bisogna attivare l’assistenza domiciliare, e questo serve anche decongestionare gli ospedali. Noi in Campania abbiamo una situazione di assistenza ospedaliera e numero di posti letto che è totalmente inadeguata. Al 7 di marzo avevamo 335 posti letto di terapia intensiva totali, come attesta un documento di De Luca, inviato alla protezione civile. Cioè meno della metà dei posti letto scritti sul piano ospedaliero, pari a 622, che sono quelli che ci servono in condizioni normali, previsti per legge, in base al numero di abitanti
Stando così le cose, pensa che il numero di decessi sia sottostimato?
Posso dire che riguarda tutti quelli che ad oggi non sono ricoverati, perché non c’è null’altro se non la possibilità di andare a finire in ospedale, quando oramai hai bisogno di un ricovero. Poi stimare il fenomeno è complicato, perché ci sono sia i contagiati dichiarati, che hanno fatto il tampone, comunque abbandonati perché la sorveglianza attiva consiste in una telefonata, e la gran parte delle persone, che sono tantissime, hanno dei sintomi ma non hanno fatto il tampone, e non sono nemmeno seguite dalla sorveglianza attiva delle Asl.
Perché i tamponi si fanno con tanto ritardo in questa regione?
Per almeno due ragioni. La prima è che in Campania si è scelto un modello organizzativo nell’effettuazione dei tamponi che non esiste in nessuna altra parte d’Italia. Lo abbiamo segnalato dopo la prima settimana di contagi, vedendo come fossimo l’ultima regione italiana per numero di tamponi. Perché qui i tamponi a casa li va a fare il 118, siccome non esiste una rete territoriale, non l’ha costituita De Luca e prima di lui Caldoro. Non si sapeva a chi farli fare e si è scelto il 118, il sistema che già gestisce le emergenze ordinarie, infarti, ictus, politraumi che purtroppo non si sono fermati. E gestisce anche i ricoveri da Covid, quando bisogna andare con le ambulanze in biocontenimento. Poi ogni operazione di prelievo di tampone dura dalle 3 alle 4 ore. Con questo modello abbiamo sottratto personale e mezzi all’assistenza di emergenza urgenza per questo tempo. Nelle altre regioni i medici di medicina territoriale o continuità assistenziale, invece che al 118, fanno richiesta di tampone al dipartimento di prevenzione dell’Asl, che tramite le squadre territoriali va a fare i tamponi e anche l’assistenza domiciliare.
E la seconda ragione?
Noi per settimane abbiamo avuto un unico laboratorio, il Cotugno, per l’esame dei tamponi. Tutti gli altri laboratori sono stati attivati con ritardo abnorme. Quindi noi, nonostante avessimo un vantaggio di dieci giorni sulle regioni del nord, rispetto all’epidemia, comunque ci siamo fatti trovare impreparati. Peraltro alcuni di questi laboratori esaminano pochissimi tamponi ogni giorno, nell’ordine di una decina. La nostra ulteriore richiesta è stata quella di fare una ricognizione di tutti i laboratori pubblici che avevano la tecnologia in grado di fare i tamponi, e metterli a sistema, sotto la supervisione del Cotugno. E in seconda istanza attivare i laboratori privati. Andiamo ancora a rilento, siamo aumentati ma restiamo sotto la media nazionale.

(Dal Quotidiano del Sud-L’ALTRAVOCE della tua Città)