Come volare liberi nel chiuso di una stanza

La liturgia della Parola di domenica 15 marzo

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Dopo le tentazioni superate e l’esperienza della trasfigurazione, a mezzogiorno di un giorno assolato, dedicato alla missione che lo impegna in un viaggio sempre più difficile verso Gerusalemme, Gesù si siede accaldato e assetato sull’orlo di un pozzo. Sente la stanchezza fisica ed è oppresso dall’angoscia per le opposizioni e i tradimenti. Giunge una donna dalla vita fragile e tormentata perché incapace di relazioni stabili. Di lei non conosciamo il nome. Così inizia il passo del vangelo in questa terza domenica di Quaresima.
Duemila anni fa una donna parla con uno sconosciuto, insuperabile tabù per chi è diviso anche dal culto, dalla religione, dalla purezza della razza. Gesù supera questi ostacoli perché vede l’altro nel bisogno, punto di partenza per liminare barriere ritenute insormontabili. È il nuovo modo di credere: non è rilevante dove adorare Dio. Gli irrigidimenti dogmatici determinano solo l’esclusione di cuori feriti, costretti a rimanere fuori del tempio. La samaritana è invitata ad adorare il Padre in “Spirito e Verità” anche se il suo comportamento non è immacolato; gesti concreti, che aiutano a superare le barriere legali, novità che meraviglia gli apostoli quando ritornano al pozzo.
Questa donna rappresenta l’intera umanità andata dietro a tanti amori rivelatisi fatui o illusori, ma Dio la vuole riconquistare perché il suo desiderio di amare non si stanca mai; la sete di perdono è più grande di una giustizia riparatrice. Gli basta essere amato e si dona senza pretendere nulla; l’acqua che offre diventa sorgente inesauribile perché in Lui non c’è calcolo essendo esuberanza dell’Amore che si dona.
La Samaritana ha la possibilità di rendersi conto di quel giudeo: viandante, profeta, messia, qualcosa di più? perché Gesù non teme d’intavolare discorsi. Rispetto alla nostra pelosa prudenza per evitare presunte invadenze, egli sceglie di annunciare ciò di cui l’umanità ha bisogno. Partecipe dell’acqua che garantisce la vita eterna, la samaritana non ha necessità di riempire la brocca di liquido stagnante, corre a testimoniare; coinvolta, trasmette con entusiasmo l’esperienza appena fatta.
Quante riflessioni! L’energia dell’amore misericordioso di Dio zampilla abbondante e diventa risorsa non solo per il singolo perché ha una portata superiore alla nostra sete. Una seconda considerazione si desume dalla delicatezza di Gesù, abilissimo nel parlare il linguaggio dei sentimenti. Poche battute. Lei: “Non ho marito”; Lui: “è vero, ne hai avuti cinque”: constata, non condanna. Gesù non rivendica prima il rispetto delle regole e poi regala il perdono. La donna, abituata ad essere indicata con disprezzo, corre in città e annuncia: c’è una persona che conosce l’uomo nella sua fragilità e non giudica.
La capacità introspettiva di Gesù è il miglior sostituto ai rimproveri, ai severi consigli di cambiar vita. La sua è una ineguagliabile terapia di discernimento, con partecipata pazienza illumina la mente. Così trasforma la donna in tempio che adora Dio. Perciò, anche se ci riteniamo incapaci, possiamo trovare equilibrio nell’amore condiviso superando i limiti personali, convincimento che pervade di ottimismo la vita. Invece di temere le debolezze, riscaldiamo il cuore all’amore di Dio, come la samaritana che dimentica anche il motivo per cui si è recata al pozzo. Abbandonata l’anfora, corre in città: la sua debolezza diventa testimonianza che l’Amore supera le incrostazioni culturali.
Gesù e una donna straniera, occhi negli occhi. Non un pulpito, ma un pozzo. Gesù conosce linguaggio e sentimenti, la ricerca di ragioni per vivere: non processa, non cerca colpe ma indizi di bene in chi ha sofferto e si sente abbandonato. Egli posa il suo sguardo sulla sete d’amore dell’umanità, aiuta a ripartire donando acqua in abbondanza e l’anfora incrinata della nostra esistenza non riesce a contenerla, va condivisa. E’ evidente la portata simbolica di questo episodio. Di fronte sono l’umanità, rappresentata dalla donna sperduta nel suo aggrovigliato quotidiano, e Gesù. I due sono impegnati in un dialogo che prende le mosse da una situazione esistenziale che dovrebbe far percepire distanti i due protagonisti. Invece, il metodo dialogico di Gesù ha la meglio; trasforma ciò che per la samaritana era solo un pozzo di liquido stagnante nell’esperienza dell’acqua viva di una fonte inesauribile.
E’ passata già una settimana senza liturgie; molti si pongono la domanda della Samaritana: Dove andremo per adorare Dio? Nel silenzio della nostra abitazione sentiamo la risposta di Gesù “Sono io il Tempio, dove vive Dio”. Mendicante assetato, ancora oggi egli è disposto ad entrare in dialogo con chi, segnato dal risentimento, è pronto a gridare “Tu, giudeo, domandi da bere a me?” e, scandalizzato, imbraccia le armi, innalza muri, sbatte la porta, non porge il bicchiere d‘acqua per inumidire le labbra di chi, disperato, rischia la vita alla ricerca di dignità. L’EGO EIMI’ di risposta diventa, nella finezza teologica del mistico evangelista, citazione del nome stesso di Dio. Ma Gesù non si limita a sollecitare un atto di fede, apre nuovi orizzonti di concreta felicità. “Colui che viene a me non avrà più sete” assicura a chi deve attingere nelle ore assolate di un quotidiano sempre uguale per le tante angosce.
Nel chiuso delle nostre abitazioni e sotto il peso di una costrizione che diventa sempre più pesante riflettiamo sulla necessità di abbinare alla soddisfazione dei bisogni materiali anche quelli spirituali, discernimento che dona saggezza e trasforma un sacrificio necessario in prospettiva di feconda libertà.