Competenza? No, conoscenza

Gli anglosassoni da un po' di tempo stanno ridando valore alla cultura classica

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È chiaro ai più che il mondo tecnocratico a cui ci siamo consegnati negli ultimi decenni, e ancor più negli ultimi anni, abbia imposto regole molto chiare: contano sempre più la competenza e la specificità professionale. Per ridurre tutto a due esempi efficaci, che sono anche una metafora del processo in atto, possiamo dire che è passata l’idea che occorra la padronanza delle problematiche del chip di un computer piuttosto che avere una visione più ampia e globale sull’intera funzionalità del PC. E, ancora: è come se ad un idraulico venisse chiesto di saper cambiare sistematicamente un tubo rotto, senza ritenere necessario che egli abbia un’idea dell’intera rete di una casa e dei suoi possibili deterioramenti determinati dall’usura del tempo e non conosca il diverso uso dei tubi che spesso s’intrecciano in un’abitazione. Proseguendo su questa linea tecnocratica e che si basa sul primato della competenza, la società ha gradualmente riparametrato sé stessa, applicando il processo a larga parte del mondo del lavoro, creando una filiera che ha spostato la società verso gli algoritmi, i dati numerici, gli obiettivi riscontrabili, le performance, le prestazioni, provando cioè a misurare tutto. Negli uffici pubblici, ad esempio, si è passati al riscontro asettico di quante pratiche possa risolvere al giorno un impiegato, calcolando i tempi di realizzazione di ciascuna di esse, deducendo poi dal dato settimanale o mensile se il tizio in questione riesca a stare dentro i parametri europei o se viaggi verso i parametri del fannullone nullafacente. A monte c’è la richiesta di una specificità lavorativa che richiede che un addetto sia ben istruito su determinati e specifici problemi. Ma il meccanismo, che ha anche una sua utilità in funzione dell’interesse del cittadino, ha iniziato a dilagare in modo esagerato, per cui è diventato un elemento del tutto fuorviante. Gli anglosassoni, padri di questa “riforma culturale” che ha spostato tutto nel campo della competenza e della sua misurazione, hanno iniziato a ripensarci. Si sono resi conto, cioè, che il vero tesoretto di un impiegato pubblico non è rappresentato dalla competenza, ma dal suo livello di conoscenza, ovvero dalla cultura di base che ha avuto modo di arricchirlo nel tempo, chiamando così in causa l’istruzione. Su questa linea di tendenza, del tutto diversa, c’è una parte del mondo inglese ed americano che sta rivalutando la cultura classica, la filosofia, la storia, i buoni romanzi della letteratura, sostenendo, a ragione, aggiungo, che è più dinamico mentalmente e sa trovare più facilmente delle soluzioni ad un problema la persona che ha un know-how ampio. Insomma, chi ha la mente aperta, arricchita da conoscenze variegate, dimostra di avere una marcia in più rispetto a coloro che hanno un profilo più standard e sono abituati alle logiche della performance e della prestazione. Ricorderò sempre un mio compianto e raffinato collega, nonché amico, il quale mi ripeteva spesso: “Quando non riesci a scrivere perché hai una qualche difficoltà, non ti vengono le parole e i concetti, fermati, chiudi tutto e apri un buon libro di letteratura. Vedrai. Ti verranno tutte le idee che stavi cercando”. Perché la conoscenza batte sempre la competenza.