Chissà quanti salernitani, conferendo la frazione umida dei loro rifiuti, si chiedono dove finirà il loro sacchetto con i residui di cibo e altro materiale organico. Pochi, probabilmente. Se tutti si ponessero questa domanda – e trovassero pure la risposta – risulterebbe un po’ meno sorprendente l’annuale stangata della Tari, il famigerato tributo comunale sui rifiuti che a Salerno è una tassa sul lusso. E sì, perché capirebbero che con i loro soldi, oltre a mantenere il mastodontico apparato di Salerno Pulita con i suoi organici extra large (più di 600 dipendenti), i contribuenti del capoluogo finanziano anche la lunga trasferta che l’umido affronta partendo dalle loro case, stazionando nell’ex tritovagliatore di Sardone, Giffoni Valle Piana, declassato a sito di stoccaggio e trasferenza, per arrivare, nel giro di 48-72 ore, nel profondo (e mitico) NordEst.

Il lungo viaggio dell’organico salernitano lungo lo Stivale

SU PER LO STIVALE. A Este, per la precisione. Provincia di Padova, Veneto. Sono poco meno di 750 i chilometri che la frazione organica dei salernitani percorre, stipata su lunghi autoarticolati che risalgono quasi tutto lo Stivale per sversare nel già ricco Settentrione gli scarti del povero Sud. Questo lungo viaggio, naturalmente, costa. Eccome, se costa: 160 euro a tonnellata, che il Comune di Salerno versa alla Ges.Co., società consortile della Provincia ora guidata da un commissario liquidatore e nata a sua volta dalla liquidazione dei quattro consorzi di bacino attraverso i quali erano articolati un tempo la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. E’ la Ge.Sco., che gestisce il sito di trasferenza di Sardone, a smistare l’organico alla S.e.s.a., Società Estense Servizi Ambientali. Una holding padovana che, oltre ad essere proprietaria di uno dei più grandi impianti di compostaggio del Nord Italia, è diventata negli ultimi anni una potenza nel campo delle energie rinnovabili anche grazie all’organico prodotto a Salerno, che dopo il trattamento alimenta una rete di biometano in continua espansione. Cornuti e mazziati, è il caso di dire: paghiamo la Tari più alta d’Italia e la nostra spazzatura diventa fonte di reddito nel Nord Est. Centosessanta euro sono più del doppio della cifra, 60 euro, che costerebbe lo smaltimento dell’umido in casa, nel sito di compostaggio della zona industriale, inaugurato nel 2011, premiato dall’Europa nel 2013 come impianto modello, chiuso a novembre del 2016, e non ancora riaperto. Nonostante i periodici annunci di Salerno Pulita che ne ha assunto la gestione.
UN SALASSO. Questi due anni di black out sono costati ai contribuenti salernitani – di solo trasporto – 6 milioni 144mila euro. La città di Salerno conferisce 1600 tonnellate di umido al mese: erano 2000 tonnellate appena qualche anno fa, ma la percentuale della differenziata in città – nonostante le cifre sbandierate dal Comune – è in caduta libera. Circa 20.000 tonnellate l’anno: 19200, per l’esattezza, che moltiplicato per 160 euro, dà 3 milioni e 72mila euro. Una cifra a cui vanno aggiunti i costi fissi dell’impianto, rimasti inalterati anche in questo periodo di inattività. Due milioni settecentomila euro l’anno, secondo i calcoli del consigliere comunale di opposizione Gianpaolo Lambiase, che sulla vicenda sta battagliando da quando ha messo piede nel Salone dei Marmi di Palazzo Guerra. Insomma, tra danno crescente e lucro calante, l’intera questione compostaggio viene a costare ai salernitani la cifra blu di 5 milioni 772mila euro l’anno. Che, moltiplicata per gli anni di inattività dell’impianto cittadino, fa 11 milioni 544mila euro. Un salasso.
IL SOPRALLUOGO. Siamo andati a vedere che sta succedendo nella zona industriale. Con il consigliere Lambiase, e accompagnati da un funzionario di Salerno Pulita, siamo entrati nell’impianto, che al momento è una lunga, desolante teoria di capannoni vuoti. Hangar enormi in cui non arriva più niente. Da marzo, a cadenza mensile, Salerno Pulita annuncia l’imminente riapertura. Lo fa attraverso il suo amministratore unico, l’ex primo cittadino di Cava Raffaele Fiorillo, nominato dal sindaco Napoli a settembre del 2017. Fiorillo ha maturato una lunga esperienza di consigliere di amministrazione e vicepresidente della Ges.Co., prima di diventare suo malgrado il front man di una vicenda sempre più imbarazzante. Perché da 9 mesi i comunicati e le conferenze stampa si susseguono senza soluzione di continuità, ma il cancello dell’impianto resta sbarrato. Completamente vuoto il piazzale, sul quale il viavai di autocompattatori è stato incessante nei 5 anni di attività. Inattivi i nastri trasportatori, desolatamente vuote le biocelle in cui l’organico veniva messo a maturare per essere trasformato in compost.
IL “PACCO” DELLA DANECO. Quella che Salerno Pulita ha ereditato dalla Daneco, l’azienda che ha gestito l’impianto dal 2011 al 2016 prima di essere travolta da vicende giudiziarie molto pesanti, da un giudizio netto e definitivo del presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone e in ultimo, sommersa dai debiti, da una procedura concorsuale che lo scorso 26 luglio è approdata alla fase del concordato pieno liquidatorio, è una gigantesca patata bollente. Non è stato semplice, per la municipalizzata salernitana, ottenere le autorizzazioni regionali per subentrare alla vecchia concessionaria.
Prima di togliere le tende (al culmine di un duro braccio di ferro col Comune), la Daneco ha lasciato il “cadeau” che oggi tiene bloccato l’impianto. Si tratta del cosiddetto “sovvallo”, codice rifiuto per gli addetti ai lavori 191212. Sono gli scarti della lavorazione dell’organico: dai sacchetti di plastica in cui rinchiudiamo la frazione umida fino alle cosiddette “impuità”, metalli, plastica e tutto quanto non è biodegradabile. Negli ultimi due anni di attività, a causa della situazione di insolvenza in cui versava l’azienda, tutti i bandi della Daneco erano andati deserti. Nessuno voleva più lavorare con la concessionaria dell’impianto di Salerno. Il sovvallo si è quindi accumulato, e solo dallo scorso mese di settembre, aggiudicata la gara bandita da Salerno Pulita, è cominciata la rimozione.
LA GARA. Ora, sia pure a rilento, i lavori di rimozione procedono. Ma la quantità di scarti è ancora elevata, e finché i capannoni non saranno completamente liberati, dalla Regione non arriverà il via libera per la riapertura dell’impianto. La gara svoltasi ad agosto, peraltro, prevedeva tempi certi: 30 giorni. Ne sono passati più di 60, e chissà per quanto tempo si andrà avanti ancora.
Nel frattempo, rassegniamoci ai viaggi della speranza lungo il tragitto Salerno-Sardone-Este. E, sempre nel frattempo, infurierà la guerra di successione per il management di Salerno Pulita. In uscita Peppe Beluto, per molti anni efficientissimo deus-ex-machina della municipalizzata, senza aver mai avuto i galloni di direttore generale. In entrata (con la qualifica) il rampantissimo Bruno Di Nesta, “destituito” dalla Corte dei Conti dall’incarico di direttore generale della Provincia, amico fraterno di Piero De Luca fin dai tempi del liceo.