Se Zingaretti vorrà costruire effettivamente un soggetto politico alternativo rispetto all’attuale compagine di governo, in Campania dovrà cominciare a delineare il dopo-De Luca. Potrebbe non avere molto tempo, con Palazzo Chigi che ormai fibrilla pericolosamente, per cui sarebbe il caso di provvedere con urgenza, favorendo percorsi che pongano fine al protrarsi di una malinconica agonia. Sarà pertanto utile, nella regione agli ultimi posti per reddito e qualità dei servizi, ampliare da subito l’area di agibilità politica del PD, ormai totalmente inaridita.
Al di là degli annunci propagandistici che la generosa e implacabile comunicazione del governatore produce con irrefrenabile fantasia, i numeri testimoniano di una crisi profonda. A fronte del 22,74 per cento totalizzato dal partito a livello nazionale, i Dem campani hanno ottenuto un misero 19,18. Segno di una profonda crisi di identità del partito, per nulla favorito dalla guida della Regione Campania affidata al discusso e pirotecnico De Luca. Circa tre punti in meno rispetto alla media nazionale, che in provincia di Salerno – nel feudo infeudato dell’eterno dominio del governatore – diventano più di quattro (18,62 per cento). Più giù, il PD è andato soltanto a Benevento (16,52) e a Caserta (17,50), mentre a Napoli e ad Avellino il partito è riuscito a superare di qualche decimale il timido 20 per cento. Comunque si è sotto il dato nazionale, già di per sé insufficiente alla costruzione di un’alternativa di governo in tempi brevi.
La “candidata unica” del PD salernitano, Anna Petrone, ha ottenuto 33mila voti contro i 71mila delle precedenti elezioni del 2014, conquistati nelle sei regioni meridionali. In quelle elezioni, incassò 36mila preferenze soltanto nel Salernitano, tremila in più rispetto al totale di quest’ultima competizione, segno di una difficoltà enorme del partito di convergere sull’unico, simbolico e autorevole nome che aveva liberamente designato per un seggio a Bruxelles. Anna Petrone è rimasta così sola, sostenuta soltanto dalla sua radicata rete di rapporti costruita con costante lavoro negli ambienti del volontariato e della solidarietà.
Il PD non tira proprio più e, siccome ormai da anni il partito si identifica nel Salernitano più o meno compiutamente con storia, metodi e famiglia di Vincenzo De Luca, si può agevolmente desumere che è il deluchismo a non attrarre più consensi, anzi li respinge. Il candidato Cozzolino, sostenuto dai De Luca – padre, figlio e loro cari – a Salerno ha raggranellato 688 voti, meno di Ferrandino (724), che era il candidato di Alfonso Andria, lottatore solitario estromesso da ogni cabina di regia. Non è andata meglio al casertano Nicola Caputo, da sempre nelle grazie del governatore, che ha ottenuto 543 preferenze in città. Salerno, si può agevolmente dedurre, non segue il governatore e le sue truppe. Non è più l’area elettorale che fino a qualche anno fa smentiva e superava in meglio, con l’amplificazione dei roboanti proclami, i suffragi nazionali già non lusinghieri. D’altra parte, il figlio di Vincenzo De Luca, nelle ultime elezioni alla Camera, è risultato terzo nel Salernitano (e, quindi, tecnicamente non eletto), dopo i candidati dei 5Stelle e di Forza Italia, salvato poi dall’amorevole premura paterna che individuò nel Casertano la terra dove agguantare il seggio parlamentare.
Di questo passo, e con questi numeri, con De Luca ricandidato alle prossime regionali, la Campania, senza se e senza ma, finirà alla destra sovranista. Zingaretti, però, non dice di volere questo, e certamente non lo vorrà, ma affinché si compia la sua svolta occorrerà ricostruire un’area presidiata dalla imprescindibilità di un autentico riformismo, evitando di riproporre i nomi dei soliti noti che anche in questa ultima occasione elettorale sono stati incasellati nella lista, insieme con illustri sconosciuti. Questo del riformismo effettivo è però un terreno difficile da dissodare e fecondare e, per farlo, occorre candidare persone credibili e libere alla guida del cambiamento e del progresso. Bobbio diceva che se tutti sono riformisti nessuno è riformista. È vero. Ma per evitare confusioni la scienza politica formula alcuni caratteri tipici, imprescindibili per i riformisti. Uno di essi è la pratica convinta della democrazia come valore, forma e procedure. E, già da questo basilare presupposto, risulta evidente che De Luca è fuori. Basta riaprire i giornali degli ultimi giorni e ripercorrere le vicende dei suoi uomini “migliori”.