Con l’amore cristiano ritroveremo la gioia

La liturgia della Parola di domenica 17 maggio

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La sesta domenica di Pasqua pone al centro la promessa dello Spirito per l’approssimarsi dell’Ascensione e della Pentecoste. Si realizza così quanto Gesù ha affermato: “Io vado al Padre” (Gv 14,12) e “Il Padre vi darà un altro Paraclito”, il difensore pronto a proteggere, come Cristo, l’altro avvocato che, Risorto, svolge tale funzione nella chiesa, continua a pregare impegnato a non lasciarci orfani. Così noi diveniamo preghiera, presenza benedicente, che spande il bene e la pace nella comunità. La liturgia della Parola invita a riflettere su come si diffonde il questo messaggio basato sull’anelito di Gesù ad essere amato.
La prima lettura descrive la comunità cristiana di Samaria, sorta per l’azione missionaria del diacono Filippo e corroborata dalla presenza di Pietro e Giovanni, i quali pregano perché lo Spirito rafforzi i nuovi seguaci di Gesù, disposti a vivere il mistero pasquale secondo le indicazioni della seconda lettura. Il passo del Vangelo si articola in sette versetti nei quali Gesù riassume il suo anelito d’intimità, invito ad essere e rimanere tralcio di una vite che produce il vino dolcissimo della festa alla quale sono invitati i poveri e gli ultimi conquistati dall’amore donato. Il passo é una mistica pagina che fa assaporare il cielo e conferma la speranza di una storia dal volto umano; si fonda su un «se» e una risposta concreta. «Se mi amate…» – ultime parole di Gesù prima dell’addio – invito ad osservare i comandamenti come prova di amore in risposta ad un amore ricevuto, fonte di vita, gioia e pace. È la vera liberazione del cuore umano, grazia di Dio ad opera del suo Spirito. Ciò avviene se si ama e ci si lascia amare: è la gioia dell’incontro del cristiano col Padre imitando il Cristo che sollecita amicizia. Il gesto di libertà di Gesù conferma la sua profonda umiltà e la fiduciosa scommessa sulla bontà dell’uomo dal quale attende pazientemente i frutti migliori. Come Maestro egli invita ad amare Dio e il prossimo come lui sa fare; mendicante di amore, la sua personalità conferma la totale predisposizione a rispettare le decisioni dell’uomo.
Amare è un comando nuovo, ultimo e definitivo; si realizza tramite una unione fondata su una compagnia di spiriti, sull’incontro di anime, sull’intimità di persone. Nella loro portata le conseguenze sono inimmaginabili. Se si ama Gesù, si diventa come Lui: liberi, miti, operatori di pace, dotati di forte determinazione che aiuta a perdonare i nemici, a imbandire tavole senza discriminazioni, intessere relazioni che fanno bella la vita. Gesù insegna ciò con la concretezza di gesti evocati dalla pecora perduta sulle spalle del pastore buono e bello, dai pubblicani ammessi alla sua intimità di amici, dai bambini ai quali per la loro semplicità assegna il primo posto nel Regno. Ecco i suoi comandamenti, non tanto le dieci parole della legge antica, testimoniati da discepoli disposti a lavare i piedi, spezzare il pane, legarsi agli altri nella reciprocità dell’amore.
E’ possibile praticare questi insegnamenti se Lui è assente e si sente il peso del turbamento per la paura di essere rimasti senza guida? Ma Gesù non abbandona. Per rendere concreta la promessa manda lo Spirito, il Parákletos, colui che stando accanto diventa il Consolatore. Anche dopo la glorificazione pasquale, l’amore di Gesù continua ad essere sperimentato grazie al Consolatore. Se mi amate: è l’umile inizio di una relazione di libertà e di fiducia. Accettato l’invito si ha la possibilità di percepire l’intenso sapore di libertà, il senso appagante della pace, la concretezza del perdono che redime, l’intensa relazione che regala la vita bella perché buona e beata. Non ci si sente abbandonati perché la presenza di Dio è dentro di noi. Del resto, l’atto di fede non è tensione verso un oggetto esterno e lontano, ma certezza di essere già in Dio che manifesta in mille modi il suo amore avvolgente, che nutre e riscalda.