Con le mascherine ma ancora sfruttati

I braccianti sono dotati di tutti i dispositivi di protezione. I loro datori di lavoro però continuano a sottopagarli

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Migliaia di lavoratori e lavoratrici stanno garantendo la produzione agricola nella Piana del Sele. In questo periodo drammatico si sta mostrando ciò che è essenziale e, solitamente, dimenticato: è il lavoro che, in combinazione con il resto della natura, fa la produzione e, quindi, la ricchezza collettiva. È il lavoro agricolo che consente di avere il cibo e, così, insieme ai lavori di cura, far proseguire la vita.
Giorno dopo giorno, stalle, serre, campi, magazzini, piattaforme logistiche, stabilimenti di imbustamento continuano ad ospitare braccianti ed altri operai agricoli per mandare avanti l’agricoltura industriale della provincia di Salerno. Non meno di 6, 7 mila persone, di diverse nazionalità (soprattutto, italiana, rumena, marocchina e indiana), maschi come donne, sono occupate nelle attività agricole nell’area tra Pontecagnano e Capaccio. Un numero notevole, considerando le dimensioni territoriali. Dalle informazioni ottenute da alcuni lavoratori e lavoratrici, le attività si stanno svolgendo in sicurezza per evitare la diffusione del coronavirus. Come ha riferito un bracciante: “stiamo lavorando in sicurezza, va per ora tutto bene”. Ciò è ancora più importante nella zona di Eboli, dove è stata riscontrata negli scorsi giorni la positività di quattro persone, con 14 attualmente in quarantena obbligatoria da contatto stretto di caso positivo, come reso pubblico dal sindaco Massimo Cariello, oltre che in quella di Campolongo, con due persone positive presso il locale ospedale.
Dunque, le imprese agricole della Piana del Sele stanno ponendo attenzione al virus e questo è un fatto fondamentale, per la loro attività e per la salute dei dipendenti. È, d’altronde, anche una necessità produttiva: la positività al nuovo coronavirus di un bracciante costringerebbe alla quarantena tutti i colleghi di lavoro, con un blocco, di fatto, delle attività aziendali.
La sicurezza verso il coronavirus va salvaguardata, quindi, così come andrebbe salvaguardata sempre, insieme alla sicurezza dei diritti. È questo, però, e non da ora, un terreno più complicato.
Una bracciante, ad esempio, mi ha confermato che nell’azienda di medie dimensioni (15 dipendenti) in cui lavora, il mancato rispetto dei livelli salariali continua ad essere la norma. Sebbene in busta paga compaia un compenso giornaliero di 54 o 46 euro, in base all’inquadramento contrattuale, in realtà, “in mano” come dicono i lavoratori, riceve 32-34 euro al giorno. E 5 euro all’ora per gli straordinari.
Da una ricerca del Cnr coordinata da Giovanni Carlo Bruno e pubblicata nel mese di dicembre del 2018 con il titolo “lavoratori stranieri in agricoltura in Campania. Una ricerca sui fenomeni discriminatori”, questo dato trova conferma. Dai 1.006 questionari raccolti in Campania, di cui circa la metà nella Piana del Sele, emergeva la centralità costitutiva del lavoro grigio nell’agricoltura regionale e salernitana attuale, cioè il mancato rispetto dei contratti di lavoro, in particolare di quanto previsto per salari, contributi pensionistici ed orari. Dalla ricerca del CNR si verificava che solo l’11% degli intervistati guadagna più di 40 euro al giorno, coincidenti quasi del tutto con la componente asiatica che è occupata soprattutto nell’ambito degli allevamenti bufalini e bovini, approssimandosi ai livelli contrattuali regolari del settore. Le paghe medie, invece, si attestano intorno ai 30-35 euro, confermando quanto verificato in precedenti ricerche. In questa situazione di mancato rispetto generalizzato dei livelli minimi salariali stabiliti dai contratti collettivi del settore, va evidenziato che la manodopera di pelle nera risulta, mediamente, la componente maggiormente svantaggiata, con la media salariale più bassa, normalmente inferiore a 30 euro giornalieri.
La diffusione del lavoro grigio è talmente ampia e consueta da risultare, dunque, normale: una caratteristica propria dell’occupazione in agricoltura. Sebbene quando si parla dei problemi del lavoro in agricoltura il pensiero vada sempre a lavoro nero e caporalato, le ricerche e le testimonianze ci dicono che ad essere generalizzata è, in realtà, un’altra condizione: quella del lavoro grigio, cioè il mancato rispetto dei contratti di lavoro,
Il caporalato esiste per alcune mansioni, ad esso per le semine o raccolte nei piccoli terreni, spesso presi in affitto per singole produzioni, ma il caporalato non è il problema fondamentale. Non è il problema che riguarda la maggioranza della manodopera agricola della Piana del Sele. In un’agricoltura così industrializzata, i rapporti di lavoro sono stabili, per cui la mediazione dei caporali non serve ed è limitata alle produzioni con un’organizzazione del lavoro meno strutturata. Il caporalato esiste, certo, ma non è l’unico né il principale fattore che condiziona i diritti del lavoro. Questi sono influenzati, invece, a livelli più diffusi, dal ricorso al lavoro grigio, quindi a paghe giornaliere inferiori a quanto prescritto dal contratto nazionale, a giornate di lavoro dichiarate solo in numero ridotto, al lavoro straordinario non riconosciuto appieno. Questi temi sono stati sempre poco al centro dell’attenzione pubblica, che ha privilegiato quelli del lavoro nero, del caporalato o della schiavitù, ma sono i temi più importanti per i braccianti della Piana del Sele, che, se poco affrontati fino ad oggi, nel mondo cambiato dal coronavirus, non dovranno più essere dimenticati.

(Tratto dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città del 25 marzo 2020)