Consiglio sottomesso, ecco i piani di De Luca

Tensione a mille nel partito: a Salerno stime di un seggio

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Operazione “asso pigliatutto”. De Luca punta all’en plein, 32 consiglieri su 50, guardando ai suoi sondaggi. Potrebbe realizzare il piano col 65% dei voti alle regionali. La soglia massima, oltre cui il riparto penalizza la coalizione del governatore. E otterrebbe un consiglio “deluchizzato”, assai malleabile, se non proprio prono ai suoi voleri. Insomma, sarebbe come esportare “il modello Salerno” alla Regione. E allora il Pd? AI dem, invece, andrebbe male. E sarebbe una mezza Caporetto, pur vincendo come coalizione. L’incubo del Partito Democratico è l’armata di liste civiche deluchiane. Un plotone di sigle, che concorre al calcolo dei resti, togliendoli al partito più grande dell’alleanza: nel sistema proporzionale è così. Al momento le civiche sono 17: potrebbero mandare a casa diversi consiglieri dem. Le proiezioni riservate, nelle stime del partito, sono da allarme rosso. A Napoli il Pd scenderebbe a 6 consiglieri, dagli attuali 9. A Caserta e Salerno si dimezzerebbero, da due ad uno solo. Lo scenario sta innescando una crisi di nervi. Ma a De Luca interessa poco: per lui conta stravincere, meglio se tra ali di fedelissimi. Un Pd ridimensionato non sarebbe un danno, diviso com’è tra correnti, per tacere dei famelici capibastone. Il disegno si avvererebbe anche senza toccare il fatidico 65%. Superando il 60% non scatterebbe più il premio di maggioranza, previsto al di sotto di tale quota. Ma ogni 1,8 punti guadagnati, ci sarebbe un ulteriore. Per esemplificare: col 64% De Luca prenderebbe tra i 2 e i 3 consiglieri in più. E l’aula sarebbe sempre più addomesticabile.
Il paradosso del Pd. In Campania il Pd crede già blindata la vittoria alle regionali, ma anche questo lo mette in crisi. Lo scenario post elettorale ha una parola allarmante: polverizzazione. Su questo, le tensioni sono altissime: da un lato il partito napoletano, dall’altro la segreteria regionale di Leo Annunziata, molto vicina a De Luca. Ad agitare le acque non è lo spettro dei transfughi del centrodestra, ormai una vera diaspora.
«Il Pd – spiegano fonti di partito – ha il timore di eleggere meno consiglieri rispetto a quanti si potrebbero eleggere vincendo bene, come accadrà questa volta. C’è grande preoccupazione in tutte le province, avvenendo la ripartizione degli eletti su base provinciale. E c’è grande preoccupazione in tutti i partiti della coalizione, ma in particolare nel Pd, che questo profluvio di liste civiche possa decurtare il voto al Pd e quindi gli eletti del partito». «Proprio siccome la partita è già vinta – racconta l’esponente dem – il Pd si pone il problema di quale differenza faccia prendere qualche punto percentuale in più o in meno, come coalizione, se poi ci si imbarca eletti di liste civiche la cui affidabilità è dubbia».
A turbare i sonni ecco, allora, il fantasma della «polverizzazione».
Tra le stanze dem si affacciano interrogativi, con diverse inquietudini. «Il discorso – dice il nostro interlocutore – è questo: polverizzare troppo, è davvero un vantaggio? Può esserlo, sull’esito finale, in termini di percentuale. Ma è un vantaggio per l’affidabilità del consiglio? Ed è un vantaggio per il Pd? A queste domande non può che rispondersi negativamente». A correre i maggiori pericoli, però, non sono i signori delle preferenze. Loro hanno poco da temere. Il problema angoscia quelli sul filo. Chi sa di giocarsi l’elezione per una manciata di voti. Insomma, i peones.
«I consiglieri uscenti borderline – si specifica -, o gli outsider che potrebbero entrare. Tutta questa fascia lì è a rischio, a causa della polverizzazione. E quindi è questa fascia qui a spingere perché si faccia un po’ più di selezione, e si facciano meno liste rispetto a quante se ne potrebbero fare». Ma a quanto pare è tutto inutile: De Luca ha altri progetti.