Consumo di suolo a Salerno, non bastano gli slogan

Nell’area urbana salernitana, i Consiglieri comunali hanno trascurato l’opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerare l’intero territorio, usando volumi abbandonati e aree sottoutilizzate. L’attuale patrimonio edilizio sta arrivando a fine ciclo vita con l’evidente aumento del rischio sismico, mentre resta il disordine urbano

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Il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo. Per comprendere adeguatamente il consumo di suolo nel caso salernitano, i dati forniti da ISTAT e ISPRA sono utili e importanti ma insufficienti. Perché? E’ necessario, così come per tutte le aree urbane, riconoscere la realtà della struttura urbana che non è più interna ai confini amministrativi ma estesa. Osservando la struttura urbana interna al Sistema Locale del Lavoro, ci rendiamo conto che i piani urbanistici sono inefficaci e che le città sono considerate strumenti di accumulazione capitalista, cioè sono pura merce. Da circa venticinque anni esiste la città estesa costituita da 11 comuni con 300 mila abitanti, ed è questa la città che andrebbe pianificata correttamente per aggiustare gli errori del capitalismo. Nel caso salernitano lo slogan “stop al consumo del suolo” non basta, è insufficiente, e se desideriamo conservare le risorse limitate per le future generazioni bisogna cambiare la scala amministrativa ed approdare sul piano culturale della bioeconomia, cioè uscire dalla mercificazione dei suoli. I Consiglieri comunali sono abituati a scegliere piani edilizi, non più piani urbanistici, che aumentano le aree di espansione per favorire la rendita e incassare oneri, ma trascurano i problemi reali (diritti e ambiente). E’ un circolo vizioso che appartiene alla maggioranza del ceto politico locale, abituato a ratificare i piani stessi senza interpretare correttamente la pianificazione urbanistica, che nasce per risolvere i problemi di tutti gli abitanti e non per favorire il profitto privato di una ristretta élite. L’errore di fondo è insito alla religione capitalista che trascura diritti e ambiente, mentre rigenerare l’esistente produce economia e lavoro, ma l’inerzia del ceto politico locale favorisce l’espansione urbana indiscriminata. Nel nostro territorio ci sono cattivi modelli: il comune capoluogo che adotta piani attuativi speculativi contribuendo a creare squilibri sui carichi urbanistici, e i comuni limitrofi carenti dal punto di vista urbanistico che lottizzano suoli agricoli. Secondo ISTAT e ISPRA, il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi. Il Comune di Salerno nel 2018 ha consumato 2.057 ha, il terzo più alto in Regione.

Nell’area urbana salernitana, i Consiglieri comunali hanno trascurato l’opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerare l’intero territorio per recuperare gli standard mancanti usando correttamente volumi abbandonati e le aree sottoutilizzate. L’attuale patrimonio edilizio esistente sta arrivando a fine ciclo vita con l’evidente aumento del rischio sismico, mentre resta il disordine urbano e l’affollamento nel comune centroide per cattiva pianificazione, inoltre resta la carenza di standard in diversi quartieri e il famigerato fenomeno della dispersione urbana (sprawl) nelle zone suburbane e rururbane che alimenta danni ambientali e sprechi per collettività. Attraverso il censimento delle aree già urbanizzate nella città estesa, partendo da Mercato San Severino fino a Battipaglia, queste zone potranno essere utilizzate per rigenerare la forma urbana esistente senza consumare suolo agricolo. La Regione Campania dovrà correggere la propria legge urbanistica per introdurre due strumenti: la “pianificazione diffusa” e il “recupero del plusvalore fondiario”, capace di tassare adeguatamente e correttamente la rendita per costruire la cosa pubblica. Attraverso l’approccio della perequazione diffusa (e non più di comparto) tutti gli interventi di trasformazione urbana previsti, cioè le regole del mercato urbano, saranno determinate al livello operativo e non più al livello attuativo, e quindi gli sviluppatori conosceranno il corrispettivo contributo economico prima di realizzare i propri interventi, e in questo modo i Comuni potranno ottenere in maniera più efficace la costruzione della città pubblica (scuole, verde, sanità, servizi …), come già avviene in buona parte d’Europa, e in alcune Regioni d’Italia ma non in Campania. Il focus sul buon governo del territorio consiste in questo: saper leggere le strutture urbane esistenti [per conservarle e rigenerarle] e pensare correttamente i piani urbanistici [costruire i servizi che mancano] per realizzare il metabolismo urbano che non spreca risorse [riciclare tutto e raggiungere l’autosufficienza energetica], ma offre uguaglianza di diritti e sviluppo umano, non solo in termini di servizi (gli standard e strutture culturali) ma in termini ecosistemici, cioè la natura è un servizio indispensabile per la vita umana e come tale va tutelata, perché il suolo agricolo è una risorsa non rinnovabile.