Cortona On The Move. Immagini (e oltre) per una fotografia testimoniale

Ancora viva l'eco del Festival internazionale fotografico giunto alla sua nona edizione, che non ha dimenticato il passato che ci ha reso uomini contemporanei e ha illustrato e raccontato il presente drammatico nel quale tutti viviamo

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Allegoria dell’Immacolata Concezione

Cortona è una città della provincia di Arezzo famosa per essere la patria di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ma soprattutto perché scrigno di tesori archeologici, architettonici, ambientali, demoetnoantropologici e storico artistici.
Sarebbe inutile elencarli tutti. Perché è già stato fatto nelle guide turistiche. Ma non si può tacere davanti alla bellezza cortonese che si cristallizza emblematicamente nella Tabula Cortonensis, una lamina bronzea con una delle più lunghe iscrizioni in lingua etrusca (Cortona appartenne alla Dodecapoli etrusca) così come nella Fortezza del Girifalco, costruita nel 1556 da Gabrio Serbelloni e dal cortonese Francesco Laparelli per volere del granduca di Toscana Cosimo I de' Medici (che sorge su rovine di una costruzione fortificata del XII secolo a sua volta eretta su resti di mura etrusche).

Un’opera di Dominic Bracco

Cortona per la quale Henry James (Italian Hours, 1909) scrisse «dietro la chiesa (S. Margherita) si trova una Cittadella… qui c’erano panorami, brezza, sole, ombre ed angoli erbosi tali da far felice il cuore, assieme ad un non so che di mistica e melanconica presenza che costituivano l’ultimo sentore di tutto ciò che le fauci spalancate del tempo avevano consumato». E sulla bellezza naturale si innestano le tradizioni culturali che si svolgono in città come quella di maggio, detta della Colata dei Ceri, che precede la festa di S. Margherita da Cortona, patrona della città, cerimonia in cui una piccola delegazione di ogni rione consegna la cera che verrà colata per formare le grosse candele votive da offrire alla santa il giorno seguente, in processione.
La bellezza che promana dall’Allegoria dell’Immacolata Concezione (1521-1523), tela proveniente dalla chiesa del Gesù e dipinta dal più cortonese dei pintori, quel Luca Signorelli che si avvalse dell’aiuto dei sui giovani di bottega e di suo nipote Francesco.

Opera di Roland Dahwen

La bellezza dello sguardo strambo della Vergine, uno sguardo doppio. A ben guardare gli occhi dell’Immacolata che guardano i tuoi sembrano essere quattro, sono quattro. È come essere investito da un doppio sguardo, sbilenco, decentrato, che è rivolto sia al cielo e, contemporaneamente a terra. Uno sguardo che ci invita a guardare in maniera plurale, senza pregiudizi, la molteplicità dell’esistenza. La stessa pluralità di sguardi che si ritrova
in chi fa Antropologia o Fotografia. Si, un doppio sguardo che è metafora della fotografia. Perché Cortona è città della fotografia. Di quella fotografia che potremo definire testimoniale. Una fotografia che è arte ma è anche riflessione sociale, politica, economica, antropologica. In maniera molto evidente. Una Fotografia testimoniale che a partire dalle
vicende di pochi (i fotografi, le fotografe, le fotografate e i fotografati), a partire dalle loro storie pregnanti e spesso allarmanti, diventa patrimonio di tutti, testimonianza da condividere. Testimonianza di fatti e misfatti.
«Abbiamo una storia, viviamo il presente, pensiamo al futuro». Così si conclude la presentazione, fatta dal suo direttore Antonio Carloni, del festival internazionale fotografico Cortona on the move (COTM), conclusosi il 29 settembre scorso. È di questo che sto raccontando, di un Festival internazionale giunto alla sua nona edizione, che non
ha dimenticato il passato che ci ha reso uomini contemporanei, ha illustrato e raccontato il presente drammatico nel quale tutti viviamo, anche coloro che non lo vogliono vedere, ha mostrato una possibile apertura, difficile, difficilissima, verso il futuro. Lo ha fatto col garbo straniante di sguardi multipli e non pregiudiziali capaci di spaziare dall’alto al basso, dal presente al futuro, dalla terra (intesa come Terra) al cielo (inteso come mondo delle idee, delle denunce, delle proposte).

Opera di Gilvan Barreto

Il festival è stato organizzato dall’associazione culturale ONTHEMOVE, con la direzione artistica di Arianna Rinaldo con il patrocinio della Regione Toscana, del Comune di Cortona e della Provincia di Arezzo. La sua realizzazione ha visto il sostegno di Intesa Sanpaolo, main partner per il secondo anno consecutivo e di Canon Italia, Digital Imaging Partner dall’edizione 2017.
In questa nona edizione, la direttrice artistica ha focalizzato l’attenzione sulla relazione tra le persone, il paesaggio e il territorio, attraverso il linguaggio della fotografia contemporanea, le opere di grandi maestri e gli archivi storici, in particolare l’Archivio Publifoto conservato presso la Sezione fotografica della Banca Intesa-San Paolo.
Paesaggio Umano – L’Italia del ‘900 è una selezione di immagini che raccontano la storia del nostro Paese e degli italiani nel secolo scorso. Per ricordarci che la trasformazione dei luoghi parla di noi: l’ambiente che ci circonda riflette il nostro pensiero, le nostre azioni e la nostra storia, punteggia quella del nostro Paese nell’interazione tra cittadini e
paesaggio.

Opera di Sara Ruggeri

È questa l’idea di fondo. I lavori in mostra a Cortona On The Move 2019 documentano la relazione complessa e sfaccettata tra uomini e natura – che poi è l’invenzione che la cultura ha trovato per permettere agli uomini di intessere relazioni significative e positive. La natura non esiste in sé, la natura esiste per gli uomini che la usano ma, sempre di
più, gli uomini hanno finito per usarla, per sfruttarla in malo modo, in maniera negativa e distruttiva. Dimenticando di essere loro gli «artefici della dimensione naturale» e delle loro sfortune ambientali strettamente legate all’estrema disuguaglianza che divide il sistema economico, sociale, politico, ambientale. Questo raccontano le foto esposte a
Cortona. Pongono interrogativi sul presente, sul futuro e sul passato del nostro mondo. Sono politiche per questo, per forza, per necessità, per denuncia. Perché testimoniano in forma d’arte.
Una mostra fotografica che non ha dimenticato la sperimentazione video nella sezione ARENA – Video and Beyond sponsorizzata da Canon Cinema Eos e National Geographic Society, curata da Liza Faktor. L’edizione 2019 del festival ha visto alcune collaborazioni internazionali con: l'Institut d'Estudis Baleàrics e Conselleria Cultura Participacion I Esports per la promozione della cultura delle isole Baleari; Magenta Foundation, casa editrice non-profit canadese, attiva nella promozione degli artisti canadesi su scala globale e l'Istituto Italiano di Cultura di Toronto.

Opera di Ada Trillo

Per concludere, non mi resta che riassumere con la scrittura (tratta dal comunicato stampa degli ottimi Luca Faenzi e Lucia Masserini del Press Office di COTM) la visione di alcune delle mostre fotografiche osservate, riflettendo su come anche le immagini più dirompenti, abbiano bisogno di essere raccontate, nonostante la loro evidenza visiva.
Non per rimarcare un’improbabile, idealistica, supremazia delle parole (scritte? orali?) sulla visione delle immagini. Per ragionare, invece, sul come tutti questi sistemi di comunicazione possano e debbano essere usati sinergicamente perché l’Arte e la Comunicazione sono oggetti di tale complessità da non poter essere compressi in un canale espressivo unico.
Dunque, utilizzando il tempo verbale del presente storico per raccontare una mostra ormai conclusa ma le cui tematiche continuano a persistere gravemente su ognuno di noi, si può affermare che il rapporto uomo ambiente è il vero protagonista di questa edizione del festival cortonese.

Opera di Claudus Schulze

Il fotografo Simon Norfolk presenta per la prima volta tre progetti in una mostra tematica dal titolo provocatorio Crime Scenes nei quali racconta l’influenza che l’uomo ha sulla terra e sulla sua esistenza; una narrazione complementare è quella del sudafricano Gideon Mendel che con Drowning World Tomorrow esplora il fenomeno delle inondazioni. Arctic Zero di Paolo Verzone è invece un viaggio alla scoperta delle comunità più a Nord del Mondo, Ny- Ålesund, un centro di ricerca e di monitoraggio ambientale nel cuore dell’Artico.
Nadia Bseiso con il progetto Infertile Crescent documenta le trasformazioni geopolitiche che dall’inizio del XIX secolo hanno trasformato la culla della civiltà, il Medio Oriente, in una Mezzaluna che brucia in tumulto.
Le esplosioni civili che mutano il paesaggio in modo controllato sono le protagoniste di The Explosion of Landscape: Blasting Practices, la descrizione delle complessità del mondo vista attraverso l’obiettivo di Andrea Botto; mentre il progetto Legitimacy of Landscape di Yaakov Israel apre delle finestre sul territorio israeliano, sulle persone che ci vivono e sulle loro storie.

Opera di Beatriz Polo

Yan Wang Preston con Forest indaga la politica di ricostruzione delle foreste e dell’ambiente naturale nelle nuove città cinesi; mentre The Beauty and The Beast, il lavoro del duo fotografico Hahn+Hartung racconta la relazione contraddittoria tra uomo e natura vissuta nell’”anello di fuoco”, zona regolarmente colpita da terremoti, eruzioni vulcaniche e tsunami. Un rapporto complesso che si ritrova in An Elegy For The Death of Hamun di Hashem Shakeri che documenta gli effetti del cambiamento climatico nella provincia del Sistan e Balcunistan che da foresta rigogliosa è oggi un deserto sterile anche nei confronti della vita umana. Il suo lavoro insieme a quello di Nanna Heitmann sono i due vincitori della call New Visions in collaborazione con LensCulture.
Il Messico è invece lo scenario di La Caravana, il lavoro della fotografa documentarista Ada Trillo che nell’ottobre del 2018 ha iniziato il suo viaggio seguendo i migranti che da vari stati del Sudamerica cercano di raggiungere gli Stati Uniti; mentre attraverso Passersby, la fotografa statunitense Lara Shipley immortala un’altra faccia del Messico, il deserto di Sonora, palcoscenico di migrazioni, aspettative umane e dominazione coloniale.
La scelta iconografica privilegia immagini che rivelano il rapporto tra i cittadini e il paesaggio sia attraverso le fotografie di disastri ecologici e ambientali, ma anche mettendo in luce iniziative agricole, ricostruzioni e sviluppi infrastrutturali del territorio. Una memoria che senza gli archivi, anche fotografici, andrebbe irrimediabilmente perduta.
Are They Rocks or Clouds? È il lavoro vincitore del PhotoBook Dummy Prize 2018 della fotografa italiana Marina Caneve. Un’indagine territoriale che nasce nelle Dolomiti come analisi del processo di costruzione della conoscenza del rischio idrogeologico per gli abitanti dei luoghi dove potrebbe accadere un’altra catastrofe. Mentre Nanna Heitmann, vincitrice della call «New Visions», con Hiding From Baba Yaga racconta il desiderio di protezione e
libertà ricercato sulle rive del fiume Yenisei da coloro che vogliono fuggire dalla vita mondana. Una ricerca di libertà vissuta anche in Santa Barbara di Diana Markosian, vincitrice di Happiness ONTHEMOVE Award 2018, la fotografa ricostruisce i momenti salienti vissuti dalla sua famiglia nel trasferimento dalla Russia agli Stati Uniti.
Insomma, un programma intenso e ricco di eventi, workshop, letture portfolio, call e talk.