“Mamma, io questa volta non ho pianto e tu?”
Emy ha dieci anni e insieme a sua madre non si perde un film della Disney, in uscita e non, e il 21 agosto era in prima fila per assistere a “Il Re Leone”, il kolossal della Disney, che è stato, in passato, anche un pluripremiato musical in due atti, su libretto di Roger Allers e Irene Mecchi, “rimesso in pista” con la regia di Jon Favreau.
Con lei e con sua madre sono stata a vedere la prima, attesissima, di questo remake e con questa domanda, domanda che è già una sintesi critica del film, Emy interrogava sua madre, mentre rassicurava se stessa e si proteggeva dal leggerissimo tarlo della delusione che un po’ la divorava.
Eppure il film le è piaciuto, come è  piaciuto a tutti quelli che sono usciti dal cinema continuando a ripetere le frasi e le gesta di Simba e del mondo che gira intorno a lui. Ma questo la Disney lo sa, non a caso questa operazione, operazione che determina una rottura netta tra l’animazione del passato e quella di dopodomani è stata operata proprio su quello che è il più amato, anche se è impossibile davvero stabilire una classifica delle opere della Disney in tal senso, e commercialmente produttivo tra i suoi film.
La colonna sonora del primo Re Leone, come anche del secondo è di Hans Zimmer, musiche, e di sir Elton John, canzoni, rese Ivana Spagna, interprete italiana de “Il Cerchio della vita”, la canzone che fa da filo conduttore al film, una star internazionale. Una cosa difficilmente ripetibile oggi, almeno per la edizione italiana, visto che oggi è il film “il pacchetto” con tutto il suo impianto tecnico.
È un bene, è un male?
È  cambiato il pubblico e la tecnologia ha “apparentemente” vinto sull’emozione, ma guardare il film senza tenere conto anche di tutto questo non ha senso.
Innanzitutto una grande parte dei bambini seguiva il film utilizzando il cellulare, con attenzione, come se stesse girando il film a sua volta. Cosa impensabile in passato, e questo è un punto a favore del film, film che come accadeva ne “La Rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen, si accomoda sulla poltrona  e si accompagna allo spettatore. Come incredibile era il silenzio in sala se si pensa che tutti i posti del cinema, non piccolo, erano occupati. Negli spetttatori grandi e piccoli c’era la soddisfazione di stare partecipando ad un evento, evento a cui si arriva preparati, al punto di ripetere le battute, sottolineare i passaggi lieti con degli applausi, sempre restando composti, come quando si va in chiesa e non ci si chiede se la messa sarà bella o brutta, proprio perché conta partecipare e condividere.
Che del vecchio Re Leone non ci sia più la “pupazzosa” magia, per quanto sempre di un film di animazione si tratti, poco conta per chi si è messo in fila per ore, ciò che conta è, appunto, potere esserci con la consapevolezza di fare parte di una storia, storia che non conosce il logorio del tempo e che se mai trova, soprattutto, nei bambini degli osservatori più attenti alle dinamiche realistiche, piuttosto che a quelle fantastiche.
Oggi è impossibile, a differenza di venticinque anni fa, che un bambino non possegga un animale domestico e i leoni a dimensione reale diventano più interessanti di qualsiasi pupazzo anche se questo va a discapito delle coreografie, dei colori e dei suoni, ma non della curiosità visto che Jon Favreau ha fatto in modo anche di inserire due fotogrammi reali come nel caso de la “Rupe del Re”, che altri non è che una roccia situata nell’ “Hell’s Gate National Park”, in Kenia, poco distante da Nairobi e “l’alba che apre il film”. Due  piccoli rebus da svelare, a fronte di 1490 inquadrature in CGI.
Il film è già record d’incassi e questo dimostra come Walt Disney abbia modellato il desiderio di bambini e di adulti al punto da rendere la realtà più seducente dei pupazzi.
Niente di nuovo, diversamente che cerchio della vita sarebbe?