Covid e giochi di logoro potere

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Abbiamo documentato in due servizi-inchiesta (di ieri e di oggi) a firma di Giuseppe Vuolo che in Campania le recenti elezioni, gestite dall’oscuro palazzo e non dalla politica, sono state una truffa con effetto spartiacque. Prima del voto e dopo il voto. Una sorta di inedita periodizzazione, per la quale le Regionali hanno detronizzato finanche il Covid dalla sua tragica centralità. Fino alle elezioni doveva passare il messaggio dell’onnipotenza regionale che avrebbe fatto da usbergo al virus, menzogna alla quale il 70 per cento dei campani – abboccando all’esca – ha dato credito, certificando la verità di un’impostura. Il “dopo” in questa logica è un tempo ininfluente ai fini della mietitura e della raccolta del consenso da carpire con modalità fraudolente. Perciò, fino all’apertura delle urne l’ordine è stato di limitare all’osso ogni screening: pochissimi tamponi processati e indizi già presenti di alto contagio da mantenere sottotraccia. Sordina necessaria per non danneggiare l’avvolgente manovra mirante al controllo clientelare dei flussi elettorali, attraverso il coinvolgimento di una massa di manovra popolata da marginalità esistenziale e politica. La religio civilis di un ceto declinante e illiberale, gestito da un ormai farsesco tribuno, era solo questo: perpetuarsi con spregiudicato mascheramento e allenato cinismo per non mollare il centro molto produttivo della spesa e dell’assistenza diffusa. Una modalità di procedere non nuova per il sistema più invecchiato e longevo d’Italia, ma questa volta esplicata con spietatezza su una società di individui annichiliti dalla paura del virus e in cerca di ancoraggi salvifici. Da marzo a settembre in Campania avevamo già più ricoveri per Covid della Lombardia, che aveva processato centomila tamponi contro i nostri diecimila. Qualche fuoco, quindi, ardeva sotto la cenere, ma il vecchio ordine lo ha occultato con la complicità di un sistema informativo annesso alla cinta daziaria del suo potere divenuto lobby. Un atteggiamento irresponsabile e protetto, da arcana imperii, spia di una funzione pubblica refrattaria al dovere di rendere conto. I danni sono stati notevoli, perché il tradimento totale della verità, errore nel quale non incespicano in tal misura nemmeno più le democrazie dichiaratamente illiberali, è maturato sulla pelle della gente per la quale non è stata allestita alcuna rete di protezione contro la contagiosa infezione. Servizi territoriali inesistenti, prevenzione nulla, rete ospedaliera non rimodulata, trasporti non riorganizzati, servizi di emergenza in disfacimento, aree di malessere come la scuola non assistite nel loro slancio autonomistico di vitalità, agglomerati metropolitani confinati in un fatiscente oblio. La slavina che ha sepolto due decenni fa il ‘900, promuovendo le conquiste della rappresentanza e del filtro civico, sembra non aver prodotto risultati in Campania, dove la storia civile procede a un passo meno spedito di quello del mondo.
Il Covid nella sua tragicità sembra sia riuscito a promuovere un’azione di verità, perché sta disvelando una realtà politica che vive di spesa improduttiva, anche in presenza di tragedie civili. Ormai il caso Campania è all’attenzione della pubblica opinione per i milioni di euro investiti in strutture inutili e inutilizzate, affidamenti anti-economici, senza che nessuno si sia posto il problema di pianificare le scelte. Se nasce un ospedale, mentre altri restano chiusi, sarebbe stato utile verificare perlomeno le risorse del personale necessarie per aprirlo. No, in Campania non funziona così: l’obiettivo è la spesa, che deve essere ingente e smodata. L’assistenza a un malato di Covid qui da noi è costata dodici volte più della Lombardia. Queste scelte, destabilizzanti per la democrazia e per l’economia, per passare indenni, hanno bisogno del bagno purificatore nella paura e di un messia che prefigura la salvezza dopo aver fatto sprofondare i teleutenti nell’inferno della cupa disperazione. Perciò, i dati sulla gravità dei contagi andavano forniti non per tempo, ma al momento giusto, quando il dividendo del voto sarebbe stato già riscosso. Solo allora, è venuto fuori l’ululato delle sirene dell’allarme, per giustificare nuove scelte emergenziali che costituiscono la specialità della casa. Chiudere tutto, annichilire le resistenze civili, appannare i ragionamenti e impedire un giudizio sereno su una regione che è fanalino di coda per reddito, servizi, qualità della vita, per tutto. È accaduto, però, che qualcuno a Roma si sia reso tardivamente conto della farsa permanente e abbia spento i proclami dell’inaffidabile e sfiancato vecchio leader. Tranquilli, nemmeno in questo caso è accaduto nulla, perché l’uomo en travesti ha negato sé stesso e rimascherato la sua sagoma teatrale, urlando contro l’inasprimento delle misure che pure un giorno prima aveva invocato. Sul palcoscenico di questa filodrammatica sta morendo la democrazia, con pregiudizio per la già terremotata coesione sociale. Un rischio grave, non circoscrivibile evidenziando la presenza di irresponsabili che si saranno pure infiltrati in una protesta legittima, anzi tardiva e, forse, utile come il pane per la Campania. «Una piccola insurrezione, di tanto in tanto, è cosa buona e necessaria nel mondo politico, come i temporali in quello fisico. Previene la degenerazione del governo e alimenta una generale attenzione per la cosa pubblica», diceva Thomas Jefferson, scienziato e politico, vissuto due secoli fa e, per questi suoi principi, indimenticato presidente degli Stati Uniti d’America.

(Dal Quotidiano del Sud / l’ALTRAVOCE della città)