Crac Gesema, indagati e retroscena del grave scandalo

Avviso di conclusione delle indagini preliminari per l'ex sindaco e assessore regionale all'Ambiente, Giovanni Romano, e un gruppo di amministratori e tecnici. Tutti coinvolti nella grave bancarotta fraudolenta della società in house del Comune di Mercato S. Severino

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Sono nove gli indagati per il fallimento della Gesema Ambiente e Patrimonio, partecipata al 100% del Comune di Mercato San Severino, dichiarata fallita nel febbraio di due anni fa dal Tribunale di Nocera Inferiore. Tra loro l’ex sindaco del centrodestra Giovanni Romano, ex assessore regionale all’Ambiente, oggi dirigente campano della Lega. L’ipotesi di reato formulata dalla Procura di Nocera Inferiore, per tutti, è di bancarotta fraudolenta in concorso. L’azienda gestiva servizi pubblici quali la raccolta dei rifiuti e la manutenzione del patrimonio comunale. Insieme a Romano, destinatari dell’avviso di conclusioni indagini sono il presidente del cda Antonio Leone, il consigliere di amministrazione Andrea Torre; i membri del collegio sindacale Nobile Viviano (presidente), Claudio Coda e Sabato Giordano; i periti Rocco Di Giacomo e Nicola De Santis; l’amministratore unico della San Severino Patrimonio srl (partecipata Gesema), Donato De Conciliis. I finanzieri della compagnia di Salerno, coordinati dal pm Davide Palmieri, sottolineano che fin dal 2010 Gesema «soffriva di una significativa erosione del capitale sociale dovuta precipuamente agli omessi pagamenti del Comune di Mercato San Severino, socio unico ed unico fruitore dei servizi erogati dalla società». Per gli investigatori, quei fondi sarebbero serviti «per finalità diverse, verosimilmente dirette alla visibilità e alla costituzione del consenso politico». Gli indagati, adesso, entro venti giorni possono presentare memorie, produrre documenti e presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere un interrogatorio.

Le cessioni del ramo di azienda. Per gli inquirenti nocerini, gli indagati (tranne De Santis) causavano il fallimento della Gesema con una serie di condotte illecite. Tra le azioni contestate, la cessione del ramo di azienda «avente ad oggetto la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti alla Sanseverino Ambiente srl (altra partecipata Gesema, ndr)» per un milione, oltre a 886.000 euro per avviamento, da corrispondere in 72 rate mensili senza interessi ed oneri accessori. Altra cessione nel mirino è quella del ramo aziendale di gestione e manutenzione del patrimonio alla Sanseverino Patrimonio srl, alla cifra di 924.000 euro, più 1,2 milioni di avviamento. Queste due alienazioni «erano portatrici di pregiudizio economico e patrimoniale per la società fallita che- sostiene la procura – non percepiva interessi corrispettivi nonostante la lunga dilazione accordata per il pagamento del prezzo e non poteva ritrarre alcun utile dalla detenzione dell’intero capitale sociale delle società cessionarie, in quanto tali società svolgevano esclusivamente le attività in oggetto dei contratti di servizio stipulati con l’ente territoriale che non erano remunerativi e che avevano già generato ingenti perdite in capo alla stessa fallita determinando un patrimonio netto negativo» di 3,1 milioni. La procura, inoltre, accusa gli indagati di aver falsificato i libri e le altre scritture contabili della società, fra cui il bilancio chiuso il 31 dicembre 2013, «con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori».
I conferimenti gonfiati. Secondo le fiamme gialle, poi, gli indagati (escluso De Conciliis) sarebbero responsabili del dissesto tramite un’operazione di conferimento di immobili del Comune nel capitale sociale di Gesema. Un conferimento stabilito dalla delibera del consiglio comunale del 28 aprile 2010. Il valore dei beni, però, sarebbe stato sopravvalutato in modo doloso dagli indagati. Gli immobili erano sede del Centro territoriale permanente per l’istruzione e la formazione per adulti e della Direzione didattica del I circolo. Il valore attribuito – «esagerato» per il pm – era di 1,4 milioni. Lo scopo sarebbe stato di azzerare le perdite e ricostituire il capitale sociale.
 
Le altre cessioni sospette. Ma ci sono altre cessioni sospette, ritenute tra le concause del fallimento, e contestate a tutti i destinatari dei provvedimenti (tranne De Santis). Ad esempio, riguardano la vendita del 51% di Rota gas spa alla Italtrading srl (prezzo 640.000 euro). La compravendita avveniva «accordando una dilazione di pagamento in 7 anni senza alcuna forma di garanzia – si legge nell’atto della procura di Nocera Inferiore – corrispettivo rimasto non pagato per l’importo di 514.290,00 essendo l’acquirente già in stato di dissesto». Ma c’è anche la cessione di un’altra partecipazione: il 56% del capitale di Sanseverino Energia srl alla Graded Sicilia srl, per 141.590 euro. Stavolta «accordando una dilazione di pagamento in 6 rate semestrali, senza alcuna forma di garanzia e senza oneri e interessi, prezzo rimasto non pagato per l’importo di 109.658,67».
Il teatro comunale. I magistrati accusano gli indagati (escluso De Santis) pure per la cessione – a titolo gratuito – del ramo aziendale costituito dai «beni materiali ed immateriali del Nuovo Teatro Comunale», passato alla Fondazione Teatro Comunale Mercato San Severino. L’ente, peraltro, «non ha mai ottenuto – sottolinea la procura – il riconoscimento della personalità giuridica». Nonostante il trasferimento, tuttavia, Gesema avrebbe continuato «a sopportare di fatto i costi di gestione ed a farsi carico dei debiti e delle obbligazioni connesse al complesso aziendale ceduto», secondo la convenzione stipulata fra la società ed il Comune di Mercato San Severino.
Il contratto con Monte dei Paschi. I medesimi indagati devono rispondere anche del contratto di factoring con Monte dei Paschi di Siena, per la cessione dei crediti vantati da Gesema nei confronti dell’ente municipale. Si tratta di 1,5 milioni (ceduti nel 2007) e 3,9 milioni (ceduti nel 2010). Cessioni avvenute «sopportando (Gesema, ndr) i costi e gli interessi determinati esclusivamente dall’omesso o comunque ritardato pagamento da parte del Comune dei corrispettivi pattuiti per l’espletamento dei servizi».
Le assunzioni di dipendenti. Tra le condotte incriminate, considerate tra le ragioni del crac, l’assunzione di «un numero di dipendenti sovrabbondanti pari a 37 unità (Sanseverino Patrimonio) rispetto ai ricavi provenienti dal contratto di servizio». Anche qui, l’unico non coinvolto è De Santis.
Le tasse evase. Gli indagati (De Santis escluso) sono, infine, accusati di non aver versato imposte, tasse e contributi. Il debito accumulato con l’erario sarebbe di quasi 2 milioni.