Tanti gli indignati del web

Viaggio nella comunicazione politica e nelle sue degenerazioni finalizzate in genere a fiancheggiare o stabilizzare il potere assoluto o anche formalmente democratico

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Ogni epoca storica ha avuto (e ha) le sue forme di comunicazione e le sue efficaci strategie per rendere noto ciò che un sovrano, un segretario di Stato, un governo, un primo ministro, un ministro, un sottosegretario, un governatore, un sindaco, stavano facendo (o fanno) per la propria collettività. Sbaglia chi pensa che solo il duce, o Berlusconi, o, da ultimo, Salvini e Bonafede, abbiano inventato qualcosa su questo fertile terreno che è la comunicazione politica.

La rivolta di Masaniello, in essa gli archetipi di una efficace e controversa comunicazione politica

Nel XVII secolo, Masaniello a Napoli, ma anche Polito Pastina a Salerno, ad esempio, acclamati capipopolo, s’impegnarono attivamente per far comprendere che la violenza della loro ribellione non fosse casuale e disordinata, ma attaccasse quei nobili che utilizzavano il potere finanziario e fiscale e abusavano del proprio potere, in barba all’interesse generale. Il sistema più efficace non era solo uccidere, perché questo rientrava in un certo senso nelle categorie della conflittualità di quel tempo storico, ma tagliare la testa al nobile arrogante e piantarla su un palo da sistemare in una pubblica piazza, affinché fosse ben visibile a tutti. In questo modo, la potenza del messaggio non sfuggiva a nessuno, nemici o seguaci che fossero. Lo spettacolo della violenza veniva utilizzato per comunicare e intimidire, per cui si torturavano o si uccidevano i responsabili di reati nelle piazze gremite di gente, affinché quel monito diventasse tale per chiunque. La ghigliottina di giacobina memoria, ed è un altro esempio, ritenuta ‘più democratica’ (sic!) dell’impiccagione, era in realtà un fantasmagorico spettacolo pubblico, raccapricciante e fortemente offensivo, ma con un potere sull’immaginario collettivo davvero stupefacente. Il capo decollato e svolazzante indicava in modo netto e tagliente (mi si passi l’ironia) che la regola-base fosse la solita: punirne uno per educarne mille. Comunicare il dramma della violenza è stata una tecnica della quale si è molto avvalsa l’ISIS, che, anzi, ha cavalcato sapientemente ed in modo terribile i canali mediatici dei social e del web per terrorizzare, per esaltare le proprie azioni, per godere della paura di chi osservava i video e via discorrendo. Nella comunicazione politica i messaggi che si vogliono inviare sono molteplici e diversi, tra essi va annoverata, per l’appunto, anche l’esaltazione delle proprie gesta. E arriviamo al punctum dolens. Se un politico oggi non trasferisce sul web la sua azione sembra che essa non si sia mai verificata. Non può essere solo raccontata da un pur bravo giornalista, deve essere visibile, percepibile, riconoscibile e via discorrendo. Il web deve certificare il fatto, costi quel che costi. Ma, di fatto, costa pochissimo. Scattare una foto, riprendere un video, mettere una didascalia ad effetto, condividere sui social e via… tutto in meno di un minuto, tempo del video compreso (per una foto possono bastare dieci secondi!). Quando compare sul web, dopo un altro minuto può diventare virale e reiterarsi ad libitum. Salvini e Bonafede hanno messo il cappello sulla testa di Battisti oltre che sulla cattura, divenendo protagonisti di una goffa immagine a chi si prendeva più meriti e per evitare che quelli dell’altro fossero maggiori. Ma attenzione! La comunicazione non avviene in una sola direzione, nel senso che non accade soltanto che una persona posti una foto o un video, ci sono i commenti, che rappresentano il feedback, la risposta di chi sta dietro al computer, al cellulare, al tablet, ovvero dell’uomo qualunque (rigorosamente scritto in minuscolo), che sentenzia, approva o disapprova, scatenando una nuova forma di partigianeria politica. Non sempre vince chi la spara più grossa, anzi, c’è chi s’indigna. E quel popolo lì sta crescendo di giorno in giorno.