Cultura in lutto, è morto Alberto Arbasino

Lo scrittore e critico, uno dei massimi intellettuali del secondo Novecento, aveva 90 anni

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Si è spento a 90 anni lo scrittore e critico letterario Alberto Arbasino. Lo riferisce il sito di Repubblica, giornale per il quale Arbasino collaborava. Riproponiamo un articolo pubblicato sull’edizione salernitana del Quotidiano del Sud un mese e mezzo fa.

I

Certe sere usciva frettolosamente dal portico dell’Hotel Baglioni e scompariva su via Indipendenza. Passata qualche ora, «soddisfatto,  come un gatto che ha mangiato la trippa, rientrava sorridente e chiacchierando di memorie romantiche». Sotto quei portici, uno o due anni dopo, non più sconosciuto, sarebbe stato tempestato di domande sullo strutturalismo. Era il gennaio del 67 e al Baglioni era ospite Roland Barthes, che aveva accettato l’invito della direzione del Comunale bolognese (Carlo Maria Badini e Lamberto Trezzini) affinché fornisse un contributo semiologico alla costruzione scenica di Vittorio Gregotti (da un candido habitat mediterraneo ad una piuttosto misteriosa cartografia di notturne alture spagnole) e ai costumi di Giosetta Fioroni per una Carmen (Adriana Lazzarini) provocatoria con regia di Arbasino che impone, insieme ad un Escamillo-Batman (Renato Cesari), Don Josè travestito da Uomo mascherato (Gaetano Limarilli) e Micaela coperta da un succinto impermeabile bianco e blu, treccine d’oro e occhiali (Dora Gatta); mentre la protagonista balla giocando con chincaglieria sadomaso («a modo suo» – scriverà Arbasino – «tentava audacie alla Artaud sopra Don José affondato fra cuscini d’argento entro gradoni da pre-discoteca»). Inoltre, palline di ping-pong, reti metalliche, «paillettes grandi come una frittata per 10 persone» (Anna Revendi). In realtà, seguendo le indicazioni registiche, la Fioroni – con l’utilizzo di materiali di panno, gomma piuma, plastica e metallo povero – traduceva in dimensione pop (con ispirazione forse a Courrèges) la simbologia tutta ispanica dell’opera. «Tendevamo tutti a una stilizzazione emblematica» – avvertiva Arbasino –«come per Appia e Brecht e Wieland Wagner: Segni forti, che facessero spettacolo, non già un “dégré zéro” in un Nulla brechtiano». Sul podio il maestro Pierre Dervaux.

II

C’era già stata, l’anno prima, una  «Traviata» all’Opera del Cairo, con la regia di Arbasino e la direzione di Franco Mannino: una impresa in totale autarchia che impose agli allestitori ed agli amici inseparabili (la Boniver, Letizia Paolozzi, Achille Mauri, tra gli altri) di improvvisare il trovarobato («Con Uberta Visconti, moglie di Mannino, portavamo avanti e indietro dall’albergo i necessari lieti calici»).

Tuttavia, poco importò che in platea al Comunale fossero sistemati sia gli amici milanesi che appartenenti e simpatizzanti del Gruppo 63, perché l’allestimento fu sonoramente fischiato dal pubblico. L’incidente si scatenò al secondo atto, quando invece dei contrabbandieri entrarono in scena comparse dalle lunghe chiome, contestate al grido di «fuori i capelloni!».  Tanto da obbligare il direttore ad interrompere per alcuni minuti la rappresentazione.

Dopo il fiasco, si fece una gran festa al ristorante Cantunzein, dove Barthes, Luciano Anceschi ed Ezio Raimondi lessero loro interventi.

Impietose anche certe reazioni della critica. Rubens Tedeschi, rigoroso recensore per l’Unità, dopo aver affermato che Arbasino, «stanco di spiegare invano a Visconti, a Strehler, a Vilar come si fa una vera regia, ha voluto mostrarlo in pratica montando un’opera che è la quintessenza dell’Opera Lirica», passa alla descrizione: ad apertura di sipario,  «una catasta di cubi bianchi cavi davanti a cui si aggirano guardie in tricorno e giovanotti in camicie a pallini». II tutto fa molto Palm Beach con Don Jose-superman, bambini che festeggiano il carnevale, una schiera di bionde in sottane lunghe a strisce e palline gialle e azzurre: non stile «op» né «pop», ma addirittura «post-pop»: il tout-dernier-dernier-cri. La giornata si chiude all’osteria di Lillas-Pastia, divenuta un doppione del Piper romano: neri abiti da sera, lussuosa dissipazione, cuori sanguinanti proiettati sul muro, Don Josè in giacca di renna lucida e calzoncini stretti… Ultimo atto, davanti al circo: tra sigaraie a pois cariche di festoni d’arance e giovani sfaccendati in camicie a rigoni, troviamo il torero travestito da cioccolatino e  Carmen in «paillettes». Don Josè si infila una camicetta rosa ma non basta. Carmen non lo vuole più e lui estrae un coltello a serramanico e la sbudella.

Un resoconto de «La Stampa» di inizio febbraio sottolineava come non poca parte della critica avesse considerato antistorica la trasposizione nel 1960 di un capolavoro composto in piena era romantica. Di questo avviso sembrarono molti spettatori: animati e negativi per la gran parte furono i loro commenti durante gli intervalli e alla fine.

III

Il «credo» di Arbasino-regista si riassume nelle sue dichiarate opposizioni: contro lo sfarzo costoso e fine a se stesso; contro la visione  «falsamente engagée »  che attribuisce aspetti di denuncia sociale o di protesta politica a partiture che ne sono prive»; contro tutto ciò Arbasino propone dei criteri che egli definisce strutturalistici. Vicini alla sua idea di critico. A tale proposito, tra le molte prelibatezze – come il resoconto di Manuelli che aveva vissuto un mese da Grotowski o la recensione di Beppe Bartolucci  al volumone di Bernard Dort, Teatro/Pubblico -, il fascicolo doppio di Sipario (n. 254 del giugno 1967), diretto da Valentino Bompiani (redattore Franco Quadri), comprendente il dossier «Alla ricerca del nuovo teatro», è da annoverarsi un lungo articolo dell’autore di Fratelli d’Italia, nel quale si sostiene, in primo luogo, che un vero critico dovrebbe recensire gli spettacoli in forma di saggio, evitando la cronaca e, in seconda istanza, che la critica non dovrebbe essere «cortigiana anche nelle apparenti riserve» ma «entusiasticamente distruttiva», senza dimenticare di «domandarsi il senso, ricostruire le ragioni dell’operazione creativa o pseudo creativa alla quale si è assistito» (in Antonio Attisani).