Da sceriffo a caporale. L’iperbole deluchiana diventa mesta parabola

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Non c’è niente che giustifichi ciò che ha fatto il presidente della Campania domenica nel V-day, sottraendo a chi ne aveva diritto più di lui una delle 720 dosi di vaccino toccate alla nostra regione. Tranne, forse, la sindrome psicotica di cui è prigioniero da quando è scoppiata la pandemia, che gli ha consigliato di trasferire da tre mesi la sede della massima istituzione campana da Palazzo Santa Lucia al Genio Civile di Salerno. Siamo di fronte a una brutale, primitiva, arcaica esibizione di potere che richiama certe lucide analisi di Ernesto De Martino sull’arretratezza antropologica del Meridione più nascosto e selvaggio. Un atto che non fornisce alcun esempio che non sia negativo, nocivo per una corretta articolazione della vita democratica perché altera la fisiologia del rapporto tra governanti e governati. Altro che testimonial della campagna di vaccinazione. Ci si chiede perché un’idea simile non sia venuta al Capo dello Stato, o a quello del governo, dotati di ben altra autorevolezza, e prestigio. E la risposta è una sola: perché Mattarella e Conte non hanno voluto privare la già ridottissima dotazione italiana (9750 fiale) di due dosi che potevano servire per due medici, o due infermieri, o due assistenti di una Rsa. Quella foto documenta un rapporto malato con la funzione a cui De Luca è stato richiamato da un milione e 800mila elettori solo tre mesi fa. Ribadisce in un momento drammatico quella straordinaria degradazione del rango che teorizzava il Principe de Curtis buonanima quando si chiedeva: siamo uomini o caporali? Da sceriffo tutto d’un pezzo, aggrappato alla patetica retorica miracolistica a uso e consumo della plebaglia social che l’ha assurto a eroe, a caporale appunto: è bastato un attimo per trasformare la Campania del 2020 in una provincia della Romania di Ceausescu. Che tristezza.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)