D’Angelo: «Ai sanitari subito tutti i mezzi necessari»

Il presidente dell'Ordine dei medici sull'emergenza Covid-19: L'organizzazione ospedaliera e territoriale non potrà più deludere e dovrà adeguarsi in fretta

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Il presidente dell’Ordine dei medici di Salerno, Giovanni D’Angelo

«A differenza di quanto accaduto in alcune regioni del Nord, dalle nostre parti il virus ha avuto un ritardo di penetrazione. Un ritardo munifico che ha dato il tempo sufficiente, non lungo, per cercare di attrezzarci». Giovanni D’Angelo, presidente dell’ordine dei medici di Salerno analizza l’emergenza del Covid-19 dal Salernitano e da Salerno da un punto di osservazione privilegiato.
Presidente, cosa manca ancora oggi per affrontare questa emergenza?
Individuate le strutture bisognerà avere strumentazione efficiente ed efficace per i pazienti affetti da Covid-19. Poi è necessario aumentare i posti di terapia intensiva, dotarli di ventilatori adatti e tenere personale capace di far fronte a ogni evenienza qualora dovesse presentarsi una sopravvenienza.
Come le sembra la risposta del territorio all’emergenza finora?
Dividiamo gli ambiti: da una parte c’è la risposta della società e dall’altra quella assistenziale. Partiamo da quella della società: Salerno ha adottato un comportamento molto responsabile. La popolazione ha capito che, non avendo a disposizioni armi specifiche contro il virus, molto possono fare gli atteggiamenti corretti della popolazione e, dopo i primi tempi non in linea con le indicazioni governative, mi pare che la risposta sia buona. Poi, in questo contesto, si inseriscono anche gli arrivi dal Nord nelle famose due ondate: credo che questo sia stato il pericolo più grosso per il nostro territorio. Ma dal pericolo di contagio con soggetti parasintomatici o asintomatici tornati qui dal Nord, visti i tempi, ci stiamo allontanando del tutto. Il numero di persone contagiate che contiamo oggi è per fortuna un numero che siamo riusciti ad assorbire con le nostre forze assistenziali.
E la risposta della sanità?
I nostri ospedali non erano sicuramente preparati a poter fronteggiare quello che è accaduto al Nord. Dalle nostre parti stanno emergendo numeri sopportabili rispetto a quanto si è verificato in alcune regioni. A parti invertite qui ci sarebbe stata una vera e propria catastrofe. Ma sia chiaro: non per impreparazione del personale; proprio per mancanza di strutture.
Uno scenario drammatico sventato solo dal ritardo di penetrazione con cui il virus è giunto sul nostro territorio?
Partiamo da un presupposto: le organizzazioni sanitarie non possono essere diverse in potenza assistenziale tra le stesse regioni del Paese. Magari c’è anche la nostra colpa; ma chi organizza l’assistenza sanitaria deve rimediare a queste differenze se vuole mantenere la regionalizzazione. Però poi c’è una caratteristica: la gente del Sud è sempre capace di reagire alle difficoltà in maniera sorprendente. La Regione Campania ha identificato punti di riferimenti per la cura del Covid in molte strutture della provincia. Entro una ventina di giorni sarà pronto il “Da Procida”, a breve riaprirà l’ospedale di Agropoli e a Scafati è già attivo un centro dedicato al Coronavirus.
Poi c’è il discorso della carenza dei dispositivi di protezione individuale.
Questo è un problema che va immediatamente risolto. Un punto dolente, caro a me come componente della famiglia del comparto sanitario: tutto il sistema sanitario sta soffrendo perché mancano i beni primari di cui dovrebbero essere forniti. Le tute, le mascherine, tutti i dispositivi di protezione dovrebbero essere l’arma primaria essenziale e giusta per dare un minimo di tranquillità a chi assiste i malati. Dobbiamo mettere il personale sanitario nelle condizioni di lavorare.
Come si spiega la mancanza di questo tipo di materiale: l’emergenza è stata presa sottogamba?
Il problema non ha riguardato solo noi ma tutta Italia e anche i paesi europei. È come se ci fosse stato uno strano atteggiamento complessivo nel voler negare la realtà: potrebbe spiegarlo meglio uno psichiatra. Ci siamo trovati sguarniti di fronte al pericolo che arrivava. Forse perché nessuno immaginava fosse di un’entità così forte come abbiamo visto in Lombardia. A un certo punto sarebbe stato importante pensare anche a riconversioni industriali: questa è una guerra mondiale. Forse sarebbe servito anche un intervento fortissimo del governo a chiedere alle aziende di attuare una riconversione industriale per produrre strumenti e apparecchiature primarie per le sale di terapia intensiva.
La Campania ha annunciato l’acquisto di test/tamponi rapidi per il Coronavirus. Che ne pensa?
Chiamiamo le cose con il loro nome: quelli sono kit, non tamponi. Alcuni di questi kit possono anche effettuare la valutazione con una puntura su un dito. Si tratta di kit che sono indicativi dello status del paziente rispetto all’infezione in atto. Sono metodologie che hanno valore perché mi dicono in maniera veloce chi ho di fronte e in che stato si trova. È chiaro che il kit non è l’equivalente del tampone che, invece, certifica la malattia. Non voglio entrare nella polemica. Mi sento di dire solo che nelle situazioni di emergenza il kit risulta valido e comunque deve essere seguito dal tampone.
Ieri il Viminale, entro certi limiti, ha dato il via libera alle passeggiate per bambini e anziani. In Campania, il presidente De Luca ha spiegato che è vietato uscire di casa se non per necessità. Da medico, che consiglio si sente di dare ai genitori dei bambini e agli anziani?
In tutta sincerità, non sono d’accordo con la linea nazionale. Capisco le ragioni di tutti e le pressioni: stiamo compiendo tutti uno sforzo poco piacevole. Ma in questo modo si rischia di rallentare questa progressione positiva nell’andamento della malattia. Non è una cosa buona. So che gli anziani e i bambini stanno soffrendo tantissimo. Serve uno sforzo di altri 15 giorni. Chiaramente non tornerà tutto subito com’era prima. Ma credo sia opportuno un piccolo sacrificio in più per una maggiore libertà dopo. Poi mi permetto di dire che in ogni problema se c’è il brutto c’è anche il bello.
Cosa c’è di buono in questo periodo?
L’accostamento sociale che va al di là delle distanze: siamo tutti più vicini anche se non possiamo esserlo fisicamente. C’è un senso di unità e di appartenenza che prima non c’era. C’è stata la prova di amicizia inattesa dall’Albania, una grande lezione morale: chi riceve il bene se ne ricorda, contrariamente a quanto abbiamo sempre sostenuto. Abbiamo avuto una dimostrazione da tutto il mondo di essere una nazione in senso sentimentale molto più penetrativa di tante altre realtà. Qualcosa che fa scattare l’orgoglio nazionale. Penso alle ottomila sottoscrizioni di medici che hanno mostrato di avere voglia di partecipare alla battaglia e unirsi alle regioni del Nord: tanti di quei medici sono del Mezzogiorno. Il mondo dovrebbe uscire diverso da questa prova durissima. Il virus è più pericoloso di una bomba atomica: distrugge persone, economia e tessuto sociale. Sono certo che la solidarietà più grande deve ancora venire.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)