De Luca, maschera di un capo logoro e senza più storia

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È stupefacente il repentino declino dell’immagine di Vincenzo De Luca. Dopo le sue pandemiche esibizioni televisive amplificate dalla rete, dopo un’immensità di memoria che, direbbe Negroponte, ha prodotto un’immensità di potere, il governatore sta ora assistendo allo sgretolamento del suo tesoretto, consumato alla stessa velocità con cui lo aveva alimentato. Il che induce a riflettere sulla inconsistenza di un consenso divenuto friabile, nonostante la sapiente tecnica totalitaria impiegata per la sua costruzione. Tecnica che ha plasmato la realtà, travestendola con la maschera di una spregiudicata finzione, in un gioco mediatico fatto di iperboli e paralogismi, rimbalzato dagli schermi della TV ai monitor di computer e cellulari, diffusori potenti di messaggi ma anche di sofisticati inganni. Tra fiumi di parole roboanti e di sguardi al “lanciafiamme”, le performance senza contraddittorio del califfo di Salerno hanno segnato il trionfo del conformismo e del populismo borghese, opportunamente e sapientemente unti con ricompense e prebende per la comprovata fedeltà al verbo deluchiano. Verbo, si badi, privo di qualunque logos. Quest’ultimo, per esistere, deve essere innanzitutto pensato, ossia modellato in una forma intellegibile, prima dell’immissione nel sistema informativo. Ma la parola deluchiana non ha forma alcuna perché non punta a gettare le basi di un ragionamento e di un confronto democratico, bensì a fomentare le braci emozionali della persuasione di massa. Il simil demos propagandato dal presidente della Regione, vuoto di ogni significato, ha così occultato interessi privati e personalissimi dietro al paravento dei principi del buon governo, in nome dei quali ha pontificato ogni giorno durante questa pandemia. I mesti soliloqui del venerdì hanno indottrinato le vittime dei legnosi sermoni, determinando un caso di scuola di dominio simbolico delle masse. Ma c’è di più. Nella comunicazione del governatore si è verificata l’identificazione dell’influencer con l’autore stesso del messaggio. Una funzione seduttiva, che ha degradato un ruolo politico a strategia di marketing. Il malinconico performer, asserragliato nel suo bunker salernitano, ha così lanciato strali e invettive, fidelizzando il suo rapporto con un popolo di televedenti acritico, ammalato di vuoto e ammaliato dall’affabulatore.
De Luca rappresenta ormai la deformazione della cultura di massa mediatizzata, l’eco fredda di una società chiusa che collassa e rimuove il legame con le radici della verità, falcidiando quelle “cose ferme” e indiscutibili che costituiscono, nelle democrazie liberali, le bussole di orientamento per una comunicazione autorevole. Senza una domanda critica di valori stabilizzanti da parte della collettività, i dioscuri in salsa nazional popolare come lui hanno avuto lunga, larga e opulenta vita. Se fosse emerso il solo sospetto che intorno alla società salernitana e campana questo cistifellico personaggio, prodotto dalla decadenza di un’ideologia datata, stesse costruendo una società chiusa che oggi frana per la falsificabilità dei suoi fragili presupposti, non saremmo a questo punto, non conosceremmo il dileggio al quale la sua maschera immusonita ha esposto una intera regione.
La idiosincrasia deluchiana verso il confronto e il dibattito pubblico, la incapacità di intessere rapporti con gli interlocutori hanno allestito una rappresentazione melodrammatica di un potere logoro, che confida nella magnanimità del suo maggiore azionista, la credulità popolare. I fatti, però, non vivono del racconto alterato, contraddittorio e immaginifico di un protagonista, ma delle relazioni con altri fatti, di interazioni con tesi e chiavi interpretative diverse e talvolta contrapposte. Ciò nonostante, la paura verso quest’uomo, ormai stanco e bizzarro, ha privato per decenni la politica di quella debellatio possibile che è il sale di ogni attività pubblica. Se manca, come è mancata, la interlocuzione adulta e paritaria, le interpretazioni sfocano, le tesi esposte diventano stupro delle coscienze, la politica si incanala dentro percorsi carsici indistinguibili e inesplorabili. Purtroppo, l’assenza di un quadro di valori democratici nell’universo di questo re sprezzante, oggi nudo nel suo calco grottesco, ha rotto il delicato equilibrio tra passioni e razionalità, nel quale ogni politica si compie. Proprio la razionalità, anzi, è stata espunta da ogni contesto di riferimento deluchiano, con la delegittimazione o neutralizzazione dell’interlocutore di turno, in uno scenario corroso dal permanente e unico interesse, economico ed elettorale, in rapporto bidirezionale, a tutela di una ricca, aggressiva e sempre più arrogante lobby. La politica, invece, resta un’alta sapienza, oltre che attività e modalità di governo. È logos, la politica, e non (soltanto) pathos, come lascerebbe intendere quest’odiatore del dibattito pubblico, ancorato al suo sicuro porto salernitano, arroccato in una selva di soffici interessi perseguiti anche grazie ai sostegni di un’informazione a lui prona e ai silenzi di intellettuali abili, per dirla con Longanesi, nel far rilegare i libri che non hanno letto. Senza cittadini sudditi non avremmo avuto un caudillo che intende la cittadinanza come privilegio da lui concesso. È anche per questo che Salerno ristagna in un’area melmosa dalla quale stenta a riprendere l’accidentato percorso verso un sistema certificato di valori e di diritti, che è un obiettivo della modernità.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città in edicola oggi)